The Dog Stars (2026) è un lungometraggio post-apocalittico diretto da Ridley Scott, con protagonisti Jacob Elordi e Margaret Qualley.
A fronte di un budget di circa 100 milioni di dollari, ha avuto una partenza disastrosa al primo weekend.
Di cosa parla The Dog Stars?
Dopo una feroce pandemia, il mondo è diviso in piccoli gruppi di sopravvissuti che cercano un motivo ancora per vivere. Fra questi, la coppia del sognatore Hig e dell’ex marine Bangley non potrebbe essere più mal assortita…
Vi lascio il trailer per farvi un’idea:
Vale la pena vedere The Dog Stars?

Dipende.
Per quanto non fossi andata con particolari aspettative alla visione di questo film – ormai da anni il cinema di Ridley Scott è un terno al lotto senza fine – sono comunque rimasta molto contrariata nell’assistere ad un prodotto che spreca così tanto il suo potenziale.
Purtroppo, infatti, per quanto le idee sulla carta fossero complessivamente anche buone, la loro realizzazione risulta in ultima analisi veramente povera e poco efficace, lasciandomi con uno spiacevole amaro in bocca…

Antefatto

Uno degli ostacoli più significativi ad una narrazione credibile è la gestione dell’eventuale antefatto.
Nel caso di una pellicola di genere post-apocalittico, il racconto di quanto successo prima è una tappa sostanzialmente obbligata – anche se non necessariamente significativa per la storia presente: per The Dog Stars la stessa non è in effetti così rilevante – una semplice pandemia che ha decimato la popolazione…
…ma nondimeno necessitava di una narrazione credibile.

Invece, la sceneggiatura cade nel più banale errore di personaggi che si raccontano fatti che già conoscono, in maniera pure piuttosto eloquente e diffusa, e, conseguentemente, veramente poco credibile: una situazione facilmente evitabile distribuendo la narrazione dell’antefatto su più dialoghi frammentati, ma potenzialmente più verosimili.
E se si potesse giustificare questo inciampo con una volontà di non togliere tempo al resto della narrazione…
Componente

Sulla carta, i ruoli dei personaggi di The Dog Stars sono chiarissimi.
La pellicola vorrebbe raccontare l’incontro e lo scontro fra due tendenze parallele: il materialismo e il cinismo di Bangley – e, dopo, del padre di Cima – e l’approccio più speranzoso, che vuole credere ancora in qualcos’altro rispetto alla grettezza del presente di Hig – e poi di Cima.
Il problema sono tuttavia le dinamiche che compongono la narrazione tematica, che non riesce a farsi forte dell’intreccio, carente sia in molti snodi narrativi – soprattutto la morte del cane come trigger dell’allontanamento, arrivata troppo presto e senza un sufficiente retroterra – sia, soprattutto, nei rapporti fra i personaggi.

Sulla carta, ancora una volta, è chiaro che Hig e Cima devono incontrarsi nelle loro visioni analoghe del mondo, ma il modo in cui questo avviene è puntellato di dialoghi e reazioni al limite del surreale – fra cui va citato sicuramente l’assurdo scambio del primo incontro fra i due – che ne mina profondamente la solidità tematica e scenica.
Ne consegue che i due si ritrovano accoppiati in scena semplicemente perché funzionali l’uno all’altro.
E non è neanche il lato più problematico.
Visione

Per molti versi, The Dog Stars mi ha ricordato – quantomeno nello scheletro narrativo – 28 Giorni Dopo (2001).
Analoga, infatti, è soprattutto la scoperta di questa effettiva concretizzazione delle sue speranze di rinascita nella presunta utopia del Grand Junction – le cui dinamiche sono simili all’incontro di Henry West nella pellicola di David Boyle – ma che, per motivi veramente poco chiari, vengono trattate con estrema superficialità.

Si delinea infatti un semplicissimo climax volto a mostrare il vero volto del sistema di Darlene, che si esaurisce in un breve dialogo e nel semplice suggerire un possibile cannibalismo, senza lasciare spazio all’ambiente di respirare né al personaggio realmente di potersi raccontare nelle sue motivazioni e visioni.
Una scelta che è solo l’ultimo tassello di un racconto che, pur in maniera semplice e, in parte, anche prevedibile, poteva essere effettivamente interessante, portare anzi freschezza in un genere solitamente molto cupo e cinico, ma che ha scelto invece di perdersi in banalissimi ed evitabili capitomboli di scrittura che ne hanno minato tutta la solidità e credibilità.
