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Men in Black – Socchiudere le porte

Men in Black (1997) di Barry Sonnenfeld è il capostipite di una delle più importanti saghe sci-fi a cavallo fra i due millenni.

Infatti, a fronte di un budget abbastanza importante – 90 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale: quasi 600 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Men in Black?

Vi siete mai chiesti chi nasconde le invasioni aliene sulla Terra? Con questo film lo scoprirete – e in una veste che potreste non aspettarvi.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Men in Black?

In generale, sì.

Men in Black si posizionò in maniera piuttosto interessante in un panorama sci-fi in continua evoluzione, confezionando una commedia fantascientifica che, pur nella sua semplicità, riuscì ad essere vincente ed a conquistare diverse generazioni di spettatori.

E riuscì in questo intento soprattutto grazie all’equilibrio dei toni interni alla pellicola, che spaziano dalla comicità più pura – e, spesso, anche piuttosto nera – fino ai toni più profondamente drammatici, riuscendo ancora oggi a risultare un prodotto di intrattenimento di grande piacevolezza.

Contesto

Men in Black agisce come la più classica origin story

…ma con una contestualizzazione piuttosto puntuale.

Le primissime scene funzionano ottimamente sia per definire il contesto del film, sia il tono dello stesso: una semplice tratta di esseri umani si rivela in realtà l’occasione per smascherare il primo colpevole della presenza aliena.

E la totale serenità con cui l’Agente K gestisce la situazione racconta proprio la quasi quotidianità della vicenda, compresa la parte in cui congeda il collega, l’Agente D, tramite l’iconico neutralizzatore, proprio per aprire la strada alla sua nuova spalla.

In questo senso Men in Black procede in due direzioni, riuscendo perfettamente ad intrecciare i primi passi dell’Agente J con la minaccia effettivamente in atto, che comincia a svelarsi prima tramite il suicidio di uno degli adepti della misteriosa società extraterrestre…

…e poi tramite il caotico procedere dell’alieno che prende le sembianze del defunto Edgar, con un incedere che prosegue sullo sfondo, alla ricerca di un non meglio specificato oggetto che cambierà le sorti del pianeta stesso, con un’ironia quasi grottesca, quasi inaspettata.

E, in questo senso si trova un altro elemento di forza della pellicola.

Equilibrio

In una produzione come quella di Men in Black era molto facile cadere in una comicità eccessiva.

Ma, sarà perché non siamo ancora nella follia comica del decennio successivo, sarà perché per fortuna non stiamo guardando Il quinto elemento (1996), la comicità è ben equilibrata in tutte le sue parti, riuscendo a convincere con un atto centrale che ci accompagna alla effettiva scoperta del mondo raccontato.

La stessa in particolare funziona particolarmente bene all’interno del viaggio di James, coinvolto casualmente nelle indagini del suo futuro collega, permettendo allo spettatore prima di scoprire l’altro lato della presenza aliena sulla terra – quello più pacifico, di persone integrate nella società…

…e poi l’effettiva base degli MIB, ombre che si muovono nel dietro le quinte per gestire la massiccia presenza aliena sulla terra, costretti però anche a rinunciare alla propria vita ed identità, come ben mostrato nell’integrazione di James all’interno della squadra.

E il percorso di coppia è indubbiamente il più interessante.

Arrivo

La maturazione di J è funzionale al ritiro del suo collega.

Infatti il giovane agente viene scelto come nuova leva proprio per la sua capacità di pensare fuori dagli schemi, come ben dimostra il test del reclutamento, in cui fa le scarpe a tutte le altre reclute senza macchia, ma capaci solamente di vedere la minaccia immediata e non i sottotesti in scena.

Non a caso, la stessa intelligenza risulta fondamentale all’Agente J anche per sconfiggere l’alieno insettoide, provocandolo nello schiacciare uno dei suoi simili, così da liberare il suo collega e, di conseguenza, dimostrare come la sua turbolenta intraprendenza può essere l’arma vincente del futuro degli MIB…

…che purtroppo non riguarda l’Agente K.

Anche se il discorso rimane più sullo sfondo – anche smorzato spesso dalle gag di J, in particolare nella scena della cancellazione della memoria della moglie di Edgar – vi è un velo di drammaticità nell’importante scelta di vita degli MIB ed il loro abbandono di tutto quello che era venuto prima.

Per questo il punto di arrivo ideale per l’Agente K, ora che la minaccia è stata risolta, è l’essere a sua volta congedato dall’incarico, così da chiudere il cerchio della storia del film, ma lasciando comunque la porta socchiusa per un possibile sequel con la nuova coppia di agenti in azione.

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Independence Day – Un patriottismo inquieto

Independence Day (1996) è uno dei film di fantascienza più noti della ormai piuttosto ricca filmografia di Roland Emmerich.

A fronte di un budget decisamente importante – 75 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, superando gli 800 milioni di incasso.

Di cosa parla Independence Day?

Una navicella aliena si avvicina alla terra con intenzioni…tutte da scoprire. E un nutrito gruppo di personaggi è pronto ad accoglierla.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Independence Day?

In generale, sì.

L’unica colpa che – forse – si può imputare ad Independence day è la grande ingenuità con cui mette in scena un patriottismo americano piuttosto classico e che, ad oggi, con la consapevolezza delle successive evoluzioni del genere, può risultare poco digeribile.

Tuttavia, il classico di Emmerich ha anche il merito di portare avanti un tipo di fantascienza più riflessiva e negativa, che prese le mosse da Alien (1979) per mantenere vivo un filone che altrimenti rischiava di soccombere – e che, non a caso, nello stesso anno, Mars Attacks scelse di parodiare

Disastro

La costruzione del disastro di Independence Day è assolutamente puntuale.

Le prime battute della pellicola sono dedicate ad una breve carrellata dei personaggi, con anche una scrittura più indiretta per presentarli nei loro caratteri e nelle differenti dinamiche, mentre percorrono esistenze così diverse ma anche così evidentemente destinate ad intrecciarsi.

Infatti l’elemento fondamentale della pellicola – e di tutte le altre che derivarono dalla stessa – è proprio la scelta di garantire ad ognuno dei protagonisti un ruolo significativo nella vicenda, rendendoli un tassello fondamentale all’interno di un racconto corale di sforzo comune verso il medesimo obbiettivo.

Allo stesso modo, tutto il primo atto è finalizzato a raccontare i contorni di una minaccia che, concretamente, rimane per lungo tempo fuori scena, rappresentata quasi esclusivamente dalle imponenti astronavi che si posizionano strategicamente in tutto il pianeta.

E le motivazioni oscure – così come è oscuro per gran parte del tempo l’aspetto dei nemici – riescono a dare un valore tutto diverso ad un film che avrebbe facilmente potuto perdersi negli eccessi tipici del disaster movie, ma che sceglie invece una distruzione misurata e totalmente funzionale al racconto del disastro in essere.

E, proprio nella definizione dello stesso, il film è particolarmente vincente.

Parassita

Con tutti i suoi limiti, Independence Day va ad inserirsi all’interno della cosiddetta fantascienza negativa.

Ovvero, un racconto sci-fi in cui gli alieni sono tutt’altro che pacifici, anzi che risultano particolarmente minacciosi nei confronti degli umani e nelle modalità di invasione – in questo caso non una penetrazione silenziosa, ma una colonizzazione su larga scala.

Per questo la scoperta del nemico risulta quasi angosciante nel suo prendere, per certi versi, le mosse da Alien per raccontare alieni complessi nella forma quanto negli intenti, che possono essere compresi solamente tramite una tragica connessione mentale…

…grazie al quale è lo stesso presidente a scoprirne la natura di parassiti, locuste che viaggiano di pianeta in pianeta per assorbirne tutte le risorse, e con i quali è impossibile riuscire a stabilire una collaborazione pacifica e a comune vantaggio, rendendo possibile solo la distruzione reciproca.

E, proprio qui, Independence Day mostra la sua più grande debolezza.

Sogno

Independence Day racconta una tendenza forse mai veramente scomparsa.

Ovvero, la celebrazione statunitense attraverso la sconfitta della minaccia aliena.

Pur trattandosi di una celebrazione molto ingenua, la stessa è diventata quasi archetipica nel tempo, al punto da ridimensionarsi molto all’interno delle evoluzioni successive del genere, ampliando lo sguardo a livello effettivamente globale – come esempi successivi quali Arrival (2016) e Don’t Look Up (2021) dimostrano.

Nel caso del classico di Emmerich questa tendenza può risultare molto poco digeribile, ma nel complesso è anche abbastanza vincente nell’ottica di raccontare uno sforzo comune e quasi disperato di sgominare la minaccia aliena, fra l’altro con solo una manciata di minuti a disposizione.

Tuttavia, pur all’interno di un terzo atto complessivamente ben bilanciato, poteva potenzialmente essere ben più interessante approfondire la storia e la natura della minaccia aliena, magari penetrandola effettivamente nelle sue strutture, piuttosto che concentrarsi quasi unicamente sulla sua distruzione.

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Mars Attacks! – Sottrai che ti sottrai…

Mars Attacks! (1996) di Tim Burton è uno dei più grandi cult della fantascienza Anni Novanta.

Tuttavia, a fronte di un budget che si calcola essere arrivato fino a 100 milioni di dollari, è stato un enorme insuccesso commerciale, riuscendo a malapena a coprire i costi complessivi.

Di cosa parla Mars Attacks?

Una flotta di marziani sembra giungere sulla Terra con intenti pacifici, e così accolta a braccia aperte…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Mars Attacks?

In generale, sì.

Mars Attacks è un film apparentemente anomalo all’interno della filmografia di Tim Burton, ma in realtà mantiene tutti i tratti caratteristici della sua poetica, a cominciare dall’umorismo grottesco e dalle bizzarrie sceniche che l’hanno reso così iconico.

Per il resto, la pellicola è un racconto sostanzialmente parossistico della più classica fantascienza statunitense, con i suoi eroi di guerra senza macchia, riuscendo allo stesso tempo a sorprendere e a deludere – a seconda di quale sia la vostra predisposizione a questa pellicola.

Pedine

I personaggi di Mars Attacks sono, per certi versi, nient’altro che delle pedine.

Il nutrito gruppo di protagonisti – con volti più o meno famosi al tempo – viene raccontato all’interno di situazioni molto diverse fra loro, ma accomunate da un taglio comune: la loro bizzarria, punto di partenza perfetto per l’umorismo grottesco che farà da padrone alla pellicola.

Un anche ampio intreccio di relazioni che viene quasi immediatamente vanificato dall’arrivo in scena della presenza distruttiva dei marziani, che prendono di mira sostanzialmente tutti, senza avere particolare remore verso la plot armor che lo spettatore si potrebbe aspettare che avessero.

Al contrario, la maggior parte di loro o diventa protagonista di morti piuttosto drammatiche – ma, paradossalmente, anche molto dimenticabili – o dei surreali esperimenti degli alieni nei loro confronti, degni del miglior Doctor Frankenstein che si rispetti.

Infatti, in Mars Attacks non c’è spazio per l’eroismo.

Distruzione

La distruzione di Mars Attacks ha un significato più ampio della mera carneficina scenica.

Burton si inserì all’interno di un panorama fantascientifico in cui – come anche nel contemporaneo Independence Day (996) – il cinema statunitense cercava nuovi spazi narrativi per un eroismo che aveva solo bisogno di nuovi nemici – gli alieni – e di nuovi modi di raccontarsi – anche con meno rimorsi, trattandosi di antagonisti immaginari.

E, proprio per questo, costruisce abilmente un racconto parossistico davvero sorprendente, che vanifica ogni possibilità non solo di controllo – con tentativi di ambasceria inutilmente pomposi – ma anche di rivalsa verso questi nuovi nemici, che appaiono semplicemente cattivi nella loro azione distruttiva.

E così in scena non è mai presente un effettivo dramma, ma anzi la stessa è dominata da una comicità grottesca che ha il suo apice nel salvataggio effettivo della Terra, ad opera dei due personaggi più improbabili e meno eroici possibili: il giovane Richie e la nonna, i classici emarginati protagonisti di Burton.

Ma, forse, proprio in tutta questa sottrazione e distruzione, risiede la grande debolezza del film.

Vuoto

Mars Attacks! è costantemente sottrattivo e distruttivo…

…e mai effettivamente costruttivo.

È indubbio che Burton si sia ampiamente divertito nel raccontare i suoi alieni così improbabili e grotteschi già solo per il loro aspetto, inutilmente crudeli nei loro esperimenti e genuinamente malvagi nei loro continui inganni, artefici di carneficine senza scampo.

Altrettanto certo è l’intento parodico, che pesca sia dai B-Movie del genere, sia da una tendenza del cinema statunitense che poteva risultare – e risulterà – alla lunga quasi ridicola, con un racconto genuinamente dissacrante, in cui gli alieni non hanno altra motivazione se non il puro gusto della distruzione, e in cui non vi è spazio per eroi di sorta.

Ma, per il resto?

Anche se molto probabilmente non era l’intento della pellicola, sembra mancare un punto di arrivo di tutto il discorso, un’antitesi davvero graffiante che potesse non solo distruggere dei concetti, ma crearne di nuovi – o anche solo dare degli spunti per gli stessi.

Al contrario, mancando di questo elemento, la pellicola potrebbe risultare alla lunga stancante, un grande – e iconico – esperimento dissacrante e divertito che conquistò intere generazioni, ma che vanificò il grande potenziale che racchiudeva al suo interno.

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Stargate – Un’ossessione lunga un decennio

Stargate (1994) è stato il primo cult della fantascienza diretto da Roland Emmerich – autore, pochi anni dopo, di Indipendence Day (1996).

A fronte di un budget comunque non poco importante – 55 milioni di dollari – è stato un enorme successo commerciale, guadagnando quasi quattro volte tanto il budget.

Di cosa parla Stargate?

Daniel Jackson è uno studioso di lingua egizia con delle teorie piuttosto particolari: le piramidi sono ben più antiche degli egizi e di origine alinea. Eppure, forse non è così lontano dalla realtà…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Stargate?

In generale, sì.

Stargate si posiziona, insieme a La Mummia (1999) e, in parte, a Il quinto elemento (1997) nel trend del decennio di ambientare avventure sci-fi nelle misteriose atmosfere dell’antico egizio, spunto per storie di grande fascino, in bilico fra fantascienza e fantasy.

Nello specifico Stargate si presenta come un buon punto di incontro fra il film di avventura e una fantascienza abbastanza classica, apparendo forse in certi momenti fin troppo sovraccaricato, ma risultando nel complesso un prodotto di intrattenimento piacevole ed avvincente.

Stratificazione

Il primo atto di Stargate è piuttosto stratificato…

…ma mai eccessivo.

A differenza del poco successivo Il quinto elemento, dove tutta la trama è raccontata nei primi venti minuti, il primo atto del film di Emmerich offre un ben dosato assaggio della storia, seminando i primi indizi riguardo al mistero della pellicola, ma senza mai svelarsi eccessivamente.

Allo stesso modo, estremamente funzionale alla solidità della trama è l’introduzione parallela dei due protagonisti.

Da un lato, Jackson – che presenta dei parallelismi probabilmente non casuali con il protagonista di Atlantis (2001): il classico topos del protagonista sognatore incompreso, che lo spettatore, anche nella consapevolezza della natura della pellicola, è pronto a seguire nelle sue apparentemente strampalate teorie.

Ben pensata è anche l’introduzione di Jack, rinchiuso all’interno del suo più grande pentimento – la morte accidentale del figlio – evento che l’ha profondamente indurito e fatto chiudere in se stesso, tanto da apparire, nei primi momenti della pellicola, quasi come un antagonista.

Eppure, niente è come sembra.

Accompagnare

Un elemento di grande valore della pellicola è come accompagna lo spettatore.

La scoperta del mistero, per quanto sia in parte nota alla maggior parte dei personaggi, passa soprattutto attraverso il suo protagonista, che viene come messo alla prova prima di accedere alla vera sfida – lo Stargate – che solo col suo ingegno riesce ad attivare.

Così tutto il primo atto ci conduce in questa graduale scoperta, e, tramite le intuizioni del protagonista e le sue correzioni al lavoro precedente, riesce a farla digerire molto meglio ad uno spettatore che non si sente così sopraffatto dalla mole di informazioni.

Una tendenza che caratterizza in parte anche l’atto secondo.

L’entrata in un mondo sconosciuto e l’immediata scoperta dei suoi misteri è minata dall’inevitabile barriera linguistica fra i personaggi umani e gli abitanti del pianeta – scelta non scontata per un film di questo periodo – e che contribuisce ad alimentare il senso di inquietudine…

…ancora di più grazie alle enigmatiche scene di attacco di alcuni dei soldati del gruppo, che diventano prede di quelli che sembrano a tutti gli effetti degli dei egizi particolarmente spietati nel loro agire, diventando un’immediata minaccia per i protagonisti.

E infine, lo scioglimento funziona…e non funziona.

Sovrabbondanza

Vi è un solo elemento che ho trovato veramente centrato dello scioglimento di Stargate.

Ovvero, il racconto dell’antefatto.

Jackson è come se fosse stanato da Jack mentre ripercorre i passi della storia pianeta, e riesce a svelarne le complesse origini in cui la mitologia egizia si intreccia perfettamente con una trama scifi anche piuttosto dark, che ha il suo pieno compimento estetico nello svelamento di Ra.

Infatti, la scelta di abbracciare in tutto e per tutto l’estetica – pur molto hollywoodiana – dell’antica corte egizia riesce a caricare l’ultimo atto di un particolare fascino, sia nella ribellione degli schiavi, sia negli atteggiamenti pomposi e languidi del villain.

Eppure, nelle ultime battute Stargate sembra incartarsi.

Mentre si sarebbe potuto scegliere uno scioglimento ben più semplice ed immediato, lo stesso viene frazionato in più momenti e situazioni, diventando, per quello che voleva raccontare, fin troppo complesso e stratificato…

…soprattutto a fronte di un racconto già di per sé piuttosto impegnativo da seguire.

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Il quinto elemento – Una storia a parte

Il quinto elemento (1997) di Luc Besson è uno dei più grandi cult di fantascienza del decennio.

A fronte di un budget abbastanza importante per l’epoca – 90 milioni di dollari – fu un discreto flop commerciale – acquisendo notorietà solo successivamente: poco più di 60 milioni di dollari.

Di cosa parla Il quinto elemento?

Un’enorme palla infuocata minaccia la terra e chi può salvarla se non…una donna creata in laboratorio?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il quinto elemento?

In generale, sì.

Non mi sento di sbilanciarmi né nel consigliarvi né nello sconsigliarvi questo film, in quanto è talmente particolare che potreste odiarlo quando innamorarvene perdutamente: una storia semplicissima, resa complicata e sovraccaricata in maniere incomprensibili…

…in realtà diventando sfondo di un racconto incentrato su un futuro incredibilmente bizzarro e che si schiude davanti agli occhi dello spettatore in un’infinita serie di scatole cinesi, pronte ogni volta a sorprenderti – o inorridirti.

Introduzione

L’introduzione de Il quinto elemento mi è sembrata infinita.

Solitamente in questo genere di produzioni si tende ad aprire la pellicola con un breve prologo riassuntivo dell’antefatto, per calare lo spettatore all’interno della vicenda, per poi passare concretamente al vivo dall’azione e ai suoi protagonisti, che la scopriranno effettivamente insieme allo spettatore.

Al contrario, in questo caso Luc Besson decide di raccontare una buona porzione della storia all’inizio del film, scelta che non sarebbe assolutamente problematica di per sé, se non fosse per la sensazione, durante il resto della visione, di aver già visto tutta la storia nei suoi primi venti minuti. 

Ma forse, è proprio questo il punto: il regista si libera della storia nella primissima parte della pellicola, perché la stessa è la parte ai suoi occhi minoritaria del progetto, quasi un pretesto per invece imbastire un mondo fantascientifico piuttosto bizzarro, ma assolutamente proprio della fantascienza di quegli anni.

E i suoi due protagonisti ne sono l’assoluta dimostrazione.

Vettori

Korben e Leeloo non sono protagonisti, ma bensì vettori.

Gli stessi vengono infatti costantemente trascinati in scena, diventando per certi versi dei vettori non tanto della storia, ma bensì del mondo raccontato, il vero centro della pellicola, che Besson si compiace di svelare progressivamente nelle sue divertenti e divertite bizzarrie.

Da questo punto di vista, due sono gli esempi emblematici.

Anzitutto, la scena dell’incarico a Korben: altri registi avrebbero reso un monologo rivelatorio il protagonista della scena, e invece Besson rende quel momento solo lo spunto per una serie di gag piuttosto gustose in cui i vari personaggi vengono stipati negli angoli della casa proprio per raccontare la grottesca natura della stessa.

Altrettanto significativa in questo senso è l’apparizione in scena di Ruby Rhod, una parodia su gambe delle popstar del momento, la cui funzione nella storia è totalmente accessoria, ma che, al contempo, è un tocco di colore fondamentale per raccontare il mondo de Il quinto elemento nella sua totale follia.

Ma, in questo senso, Leeloo merita un discorso a parte.

Passivo

Leeloo è, per molti versi, un elemento passivo della storia.

Come sulla carta dovrebbe essere la figura chiave per la sconfitta della minaccia in agguato, nel concreto appare il più delle volte inerme nelle braccia di Korben – nei pochi momenti in cui lui stesso è protagonista della scena – financo strumentale alla definizione dello stesso.

In questo senso stupisce che, invece che caratterizzarla dall’inizio semplicemente come un personaggio inerme, viene anzi caricata di una forza sovrumana e di un’intelligenza fuori dal comune, che le permette – almeno in teoria – di evolvere nel tempo per poter portare a compimento la sua missione.

In questo senso è difficile dare un giudizio netto ad una produzione così lontana nel tempo, ma nondimeno appare abbastanza fuori luogo la centralità del corpo di Leeloo più che altro per il desiderio sessuale maschile fin dalla sua primissima apparizione, financo nel suo essere interesse romantico del protagonista.

Da questo punto di vista la costruzione del loro rapporto non è esattamente centrata, anzi sembra per molti versi forzata al fine di unire i due personaggi nella scena finale, che agli occhi dello spettatore odierno potrebbe apparire di cattivo gusto, ma che non è altro il punto di arrivo della già voyeuristica introduzione dello stesso.

Ma, allora, chi è il vero protagonista attivo?

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Paradossalmente, l’unico personaggio veramente attivo è il villain.

L’iconico personaggio di Gary Oldman è in effetti l’unica figura che porta effettivamente cambiamento e vivacità ad una trama che altrimenti sarebbe incredibilmente lineare – anzi, inserire in scena un antagonista ulteriore è una delle scelte più funzionali della pellicola.

Il problema è che, a suo modo, Zorg vive potenzialmente lo stesso dramma dello spettatore.

Se si è interessati al prosieguo e allo scioglimento della vicenda, e quindi molto di meno al vero focus della pellicola – il world building – come il villain si rimane costantemente scornati da una trama che non procede, anzi che si accartoccia in più momenti intorno ad un oggetto del desiderio che sembra impossibile da ottenere.

E, alla terza volta in cui Zorg sbatte il muso contro una scatola vuota, è il momento in cui si può accettare il film per quello che è – un magico excursus in una fantascienza incredibilmente bizzarra e così figlia dei suoi tempi – oppure essere ancora più frustrati di lui.

Soprattutto davanti ad uno scioglimento che, per forza di cose, è una continua corsa per risolvere la storia in pochissime scene.