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The To Do List – Riscoprirsi

The To Do List (2013) è un teen movie con protagonista Audrey Plaza e diretto da Maggie Carey.

A fronte di un budget piccolissimo – 1.5 milioni di dollari – anche per la distribuzione molto limitata, ha avuto un riscontro veramente minimo.

Di cosa parla The To Do List?

Nell’estate prima dell’inizio del collage, Aubrey scopre qualcosa che non si sarebbe mai aspettata: la sua sessualità.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The To Do List?

Assolutamente sì.

The To Do List è stata una grande sorpresa all’interno di un genere che era rimasto per molti versi stagnante dopo le sfavillanti proposte da Mean Girls (2004) a She’s the man (2006), fino a picchi di orrore di Easy A (2010).

E proprio con quest’ultimo, in un certo senso, la pellicola apre un dialogo per scardinare molta della narrazione demonizzante della sessualità femminile e, più in generale, del voler prendere una strada diversa da quella già tracciata.

Insomma, una piccola perla, ancora troppo sconosciuta.

Presupposti

I presupposti per scrivere un secondo Easy A a pochi anni di distanza c’erano tutti.

La protagonista nerd e maniaca del controllo apparentemente allergica al sesso, la sorella che invece ne ha fatto una malattia, e l’amico sfigato di turno che stravede per lei – quasi un Pretty in Pink (1986) a trent’anni di distanza.

Allo stesso modo, sembra quasi scontato l’interesse amoroso di turno, il bello e impossibile, con cui Brandy ha un breve intercorso sessuale, stroncato sul nascere da una battuta di troppo, che è anche il momento epifanico in cui la protagonista si rende conto di essere finalmente pronta alla pubertà.

Ma si cominciano a vedere i primi segnali della particolarità della pellicola proprio quando la protagonista muove i primi passi verso la scoperta sessuale, andando a stilare una lista per nulla scontata, che le permette di esplorare in tutte le direzioni, sia per dare che per ricevere.

Ma un altro elemento è assolutamente significativo per mettere un punto al senso della pellicola.

Stigma

Un elemento molto tipico della narrazione femminile, soprattutto nei primi anni del Nuovo Millennio, è lo stigma per il cambiamento.

Che sia per motivi sessuali – come nel già citato Easy A – che per scelte di altro tipo – come il più classico Il diavolo veste Prada (2006) – non è raro che la protagonista esca dal seminato e venga per questo punita dalla comunità, entrando in una spirale involutiva che la porta infine a tornare sui suoi passi.

Non è il caso di The To Do List – e per fortuna.

Per quanto ci sia sicuramente una certa curiosità e qualche sopracciglio alzato nei confronti del suo progetto, la protagonista è per la maggior parte incoraggiata nello stesso, particolarmente dalle sue amiche – che la vedono finalmente sbocciare – e, a sorpresa, anche dalla madre e dalla sorella.

Ma per lo stesso è necessario un discorso a parte.

Eredità

Il dialogo fra genitore e figlio in ambito sessuale è sempre stato estremamente complesso.

E una dinamica che tipicamente viene messa in scena da questo tipo di prodotti è lo sguardo apprensivo del regista quanto del genitore nel valutare la disordinata vita sessuale dei protagonisti, che solitamente corrisponde anche alla morale del film stesso.

Ma, ancora una volta, non è il caso di The To Do List.

La madre è per tutta la durata della pellicola il personaggio di supporto che rappresenta quello che il genitore dovrebbe essere: una guida senza imbarazzo in tutti gli aspetti della scoperta sessuale, cercando anche di rendere la stessa il più sicura e piacevole possibile.

E, anche se sembra una spinta contraria, il padre racconta – o, meglio, esaspera in maniera programmatica – un’altra faccia della genitorialità: quella genuinamente preoccupata per la salvezza della prole, tanto da diventare paranoico e sperare di utilizzare il divieto come arma.

Ma Brandy – per fortuna – è una forza inarrestabile.

Scoperta

L’esplorazione della sfera erotica è una maturazione molto più profonda di quanto potrebbe sembrare.

Forse anche per il suo essere stata estranea all’argomento per così tanto tempo, Brandy affronta il tema senza lasciarsi frenare da quelli che sono i tipici pregiudizi sulla sessualità femminile – che è meglio che sia modesta e passiva, se non totalmente assente.

E, in particolare, la ricerca di Brandy mette al centro la scoperta di un elemento spesso lasciato ai margini: il piacere femminile, non subordinato a quello maschile, e, per questo, quasi spaventoso agli occhi di molti personaggi…

…e che parte proprio da un argomento incredibilmente tabù: la masturbazione.

Ma sono tutti mattoncini che compongono una crescita personale della protagonista assolutamente inaspettata, che la porta al momento del confronto con Rusty in un modo che neanche il ragazzo si aspettava: Brandy sceglie di avere una posizione dominante perché vuole avere il controllo della sua sessualità.

Ed è tanto più interessante che la conclusione del rapporto sia positiva solo per Rusty, che racconta da solo tutta la mediocrità maschile nel vedere il sesso anche e soprattutto come un’affermazione sociale, del tutto annullata dalla presa di posizione di Brandy, che invece rivendica con forza il suo diritto ad essere soddisfatta.

Ma il vero finale è un altro.

Soddisfazione

Cameron è, possibilmente, ancora più mediocre.

Nelle narrazioni più classiche sarebbe il punto di arrivo del percorso della protagonista per la consapevolezza dell’importanza dei sentimenti rispetto al puro piacere carnale, che invece qui si risolve con un rimettere tutto in prospettiva.

Infatti il problema non è aver scoperto la sessualità e non aver dato a Cameron quello che voleva, ma bensì aver sottovalutato l’importanza dei suoi sentimenti e aver agito in maniera molto sistematica ed egoista: errori lungo il percorso, che verranno riassorbiti nel puntualissimo finale.

È importante sottolineare come per Brandy la storia raccontata nel film sia una parentesi della propria vita, come ben racconta il rincontro con un Cameron molto più consapevole sessualmente e pronto a continuare la scoperta sessuale ad armi pari.

Ed infatti entrambi si dimostrano ben più consapevoli in quello che è finalmente un intercorso che soddisfa entrambi, e che si conclude con un atto in cui solitamente il piacere femminile è precluso: la tanto temuta back door che non si poteva aprire…

…e che invece, sfacciatamente, è il punto di arrivo di una protagonista finalmente soddisfatta.

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Booksmart – Le sfigate siamo noi

Booksmart (2019) è un teen movie e debutto alla regia di Olivia Wilde.

A fronte di un budget piccolissimo – appena 6 milioni di dollari – è stato nel complesso un buon successo commerciale: 24 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Booksmart?

Molly e Amy sono all’ultimo giorno di scuola e tutto sembra andare come nei piani…oppure no?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Booksmart?

Assolutamente sì.

Nella sua semplicità, Booksmart è un racconto adolescenziale veramente brillante, che ragiona su uno dei topos narrativi dei teen movie con cui probabilmente la stessa regista si è dovuta interfacciare nel suo percorso di crescita, che esasperava una tendenza già propria dell’adolescenza: la divisione in fazioni.

Ed è tanto più importante che una donna già adulta, che guarda con occhio più lucido la se stessa del passato, possa dare dei consigli effettivamente utili alle nuove generazioni disperse e disperate davanti ad una narrazione ancora quanto mai attuale e dannosa.

Prospettive

Booksmart vive di aspettative e prospettive.

Fin dalle sue primissime battute il film porta in scena il più classico degli incipit, in cui le due protagoniste si raccontano come evidentemente rinchiuse nella loro bolla, dove si sostengono in maniera quasi eccessiva – con dei siparietti comici veramente gustosi…

…ponendo una distinzione netta fra se stesse e gli altri.

In questo senso è indicativa la loro scelta, anzi imposizione di non parlare del collage di destinazione, che sulla carta raccontano come un gesto inclusivo e anticlassista, ma lasciando in realtà intendere che riguarda anche la loro convinzione di essere assolutamente le migliori.

In altre parole, Olivia Wilde prende consapevolmente le mosse dalle più classiche narrazioni del genere – con sottotesti escludenti che troviamo già in Pretty in Pink (1986) – pensate con l’idea di includere nel racconto quei personaggi solitamente posti ai margini ed elevandoli come migliori a tutto il resto.

Ma il bello della realtà è che è molto più sfumata.

Altro

La scoperta in Booksmart deriva, ancora una volta, dallo scardinare un topos narrativo.

Come ogni outsider che si rispetti, Molly si trova intrappolata in bagno mentre i suoi compagni parlano di lei in maniera piuttosto antipatica…ma, invece che chiudersi in se stessa o prendere quel momento come un’improvvisa epifania, la protagonista sceglie di affrontare i suoi bulli di petto.

Ma il vero cambiamento è quello più inaspettato.

Molly e Amy hanno vissuto nella convinzione di poter avere la loro rivalsa sul piano intellettuale, lasciando da parte temporanee questioni di popolarità per concentrarsi sui veri obiettivi a lungo termine…ma scegliendo anche di concentrarsi esclusivamente su quelli, e rinunciando a tutto il resto.

E le conseguenze si sarebbero viste proprio nella figura della Miss Fine e nel suo risentimento di non essersi goduta l’adolescenza quando poteva, finendo per lasciarsi totalmente travolgere da un sogno di giovinezza perduta pochi anni dopo – e con tutte le conseguenze del caso.

Ma le due protagoniste hanno ancora…un’occasione? 

Controllo

Il vero insegnamento di Booksmart arriva solo alla fine.

Cariche di questa nuova consapevolezza, Amy e Molly scelgono di passare da un estremo all’altro, di abbandonare le vesti da sfigate per abbracciare una notte più libertina e volta alla conquista dei sogni anche più inconfessabili, volendo prendere il controllo anche di questa nuova prospettiva.

E controllo è la parola chiave.

Non sono solo le protagoniste a sentire il peso di una parte da dover interpretare: ogni personaggio che avevano incasellato in uno specifico ruolo rivela le sue fragilità e il suo disperato tentativo di controllo – da Jared e il suo voler comprare le attenzioni degli altri alla surreale cena con delitto di George.

Così la continua perdita di questo controllo è un fil rouge che accompagna tutto l’atto centrale, fino all’arrivo all’effettiva festa tanto agognata, dove, di nuovo, tutto sembra essere tornato nelle mani delle due protagoniste, ogni loro sogno si sta realizzando come da copione…

…e invece va tutto storto.

E va bene così.

Come in parte anche Do Revenge (2022) accennava, tentare un controllo così ossessivo sulla propria esistenza, soprattutto ad un’età tanto precoce, ci preclude le nostre reali possibilità: non andrà tutto come abbiamo pianificato, non ci laureeremo lo stesso giorno e persino il nostro piano di conquista andrà in fumo…

…ma potremo goderci tanti momenti proprio nella loro imprevedibilità, nella ragazza dei sogni fuori dalla porta con cui, forse, un giorno potremo ritrovarci, in quell’ultimo pancake che abbiamo condiviso con la nostra amica per la pelle invece esce essere prime al gate di partenza.

Un concetto che può sembrare assai banale, ma che, per una generazione cresciuta con prodotti che catalogavano l’adolescenza, è fondamentale.

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Senior Year – Cosa abbiamo imparato?

Senior Year (2022) di Alex Hardcastle è il suo esordio alla regia ed è un teen movie che ripercorre diversi stereotipi del genere di inizio del Millennio.

Il film è stato distribuito direttamente su Netflix.

Di cosa parla Senior Year?

Steph è all’ultimo anno del liceo e sembra pronta a fare il botto…finché qualcuno non lo fa per lei.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Senior Year?

In generale, sì.

Senior Year forse non si può annoverare fra i prodotti più brillanti del genere teen movie post-Anni Duemila, ma offre comunque degli spunti interessanti per raccontare come i prodotti dell’inizio del Millennio abbiano influito sull’immaginario generazionale.

E così, anche nel suo impianto narrativo semplicistico e la sua morale fin troppo buonista, riesce a dare un insegnamento non banale, ma che, paradossalmente, è più pensato per gli adulti attuali che le nuove generazioni.

Schema

Il racconto del passato di Senior Year è uno specchio perfetto del genere all’inizio del millennio.

Le sciocche manie di protagonismo e la continua competizione fra Stephanie e Tiffany potrebbero essere proprie di un qualunque teen movie del periodo, e sono racconto di un sistema distorto finalizzato unicamente all’apparenza e al divorarsi a vicenda…

…basando la propria esistenza su dei miopi sogni di un futuro perfetto come naturale eco del successo presente, basando la propria felicità sulle esigenze più immediate di approvazione, appartenenza e popolarità – pena rimanere infelicemente ai margini.

Ma è un sogno fragile, derivato da un’esigenza immediata.

Stephanie ricerca nella popolarità una via di fuga da una vita di cui ha già subito abbastanza per la sua giovane età – dal cambio forzato di panorama sociale alla morte prematura della madre – andando a ricercare così una vita apparentemente perfetta che possa cancellare tutti i suoi problemi.

Ma il presente è davvero migliore?

Ideale

Il racconto del presente di Senior Year sembra non giungere davvero al punto.

Da una parte rappresenta il racconto di una società i cui problemi del passato sembrano essersi trasmessi al presente solamente dietro una facciata diversa, senza cancellare le inquietudini che gli adulti ora al comando soffrono ancora.

Per questo la gestione della popolarità di Bri sembra da un lato derivata effettivamente dalle sue azioni lodevoli, dall’altra del tutto montata da sua madre, l’ormai adulta Tiffany, che non ha mai veramente abbandonato le vesti da reginetta del ballo, portando così a delle rappresentazioni incerte sul piano narrativo.

In alcuni frangenti la figlia sembra agire di propria sponte e con gli stessi atteggiamenti della madre – dal non voler seguire Stephanie su Instagram al fare delle feste per VIP a cui né Janet né Jaz sono invitati – altre volte sembra ribellarsi a lei e al suo inseguimento di un sogno che non le appartiene.

Allo stesso modo, la cancellazione di ogni possibilità della discriminazione che Martha ha dovuto subire da adolescente è un evidente nonché maldestro tentativo di aggirare un problema, quando in realtà lo stesso – in maniera ben poco credibile – non sembra proprio esistere, in quanto tutti gli studenti sembrano incredibilmente positivi nel loro agire.

Forse perché la lezione non è per chi vive l’adolescenza oggi, ma per adulti che l’hanno dovuta subire ieri?

Focus

Nella sua semplicità, la morale di Senior Year è un insegnamento intergenerazionale.

La pellicola ci racconta oggi come ieri che l’inseguimento di questo fantomatico successo – ancora più amplificato dall’esposizione sui social media – non sia la reale chiave per la felicità come spesso si pensa, ma anzi che questa folle corsa ad essere i protagonisti della scena può essere più stancante che premiante.

Infatti emerge chiaramente nel corso della pellicola come Stephanie si sia esaurita all’interno di un’effettiva ossessione che l’ha portata a dare più importanza a qualcosa di insignificante e passeggero piuttosto che all’affetto delle persone effettivamente importanti per la sua vita.

Un’ossessione che, fra l’altro, l’ha portata a non rendersi conto della pluralità delle esperienze dei suoi amici, che hanno vissuto in tutt’altra direzione la sua felicità perfetta, e che ne pagano le conseguenze nella vita adulta, nella loro insoddisfazione e inquietudine – mai realmente risolta neanche nel finale.

Ma, paradossalmente, il personaggio più importante è quello di Deanna Russo, che racconta come le possibilità di una giovane donna possano andare molto più in là di una semplice gara di popolarità – la stessa che Tiffany sta vivendo nel presente…

…proprio per bocca di un’attrice come Alicia Silverstone, diva degli Anni Novanta per Clueless (1995), mai riuscita ad affermarsi realmente altrove.

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Bottoms – Tutto cambia, nulla cambia

Bottoms (2023) è il secondo film di Emma Seligman, dopo lo splendido esordio di Shiva Baby, nonché la sua seconda collaborazione con Rachel Sennott.

A fronte di un budget piccolino – 11 milioni di dollari – con la sua limitata distribuzione cinematografica è riuscito appena a coprire i costi di produzione.

Di cosa parla Bottoms?

PJ e Josie sono due ragazze gay, brutte e senza talento – ma sono discriminate solamente per quest’ultime due caratteristiche. Eppure, dal bottom al top la strada – forse – non è così impervia.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Bottoms?

Assolutamente sì.

In un panorama di genere dove sembrava non ci potesse essere un altro Not Another Teen Movie (2001), Emma Seligman arriva con la sua seconda opera con uno spoof movie assolutamente inaspettato e incredibile sottile nei temi.

Infatti, dietro alla facciata irresistibilmente e surrealmente comica, Bottoms racconta un panorama sociale drammatico e straziante, lo deride e lo ritrae amaramente con un lieto fine che non è veramente lieto…

Rivelazione

Bottoms non rivela subito le sue carte.

Anche se il sottofondo comico è evidente, l’incipit della pellicola sembra la classica apertura che racconta il tentativo di rivalsa di due sfigate nel nuovo anno scolastico, e così i ridicoli accenni al presunto passato burrascoso delle due – il riformatorio e gli omicidi – sembrano un contorno comico e nulla di più.

Ma il fallimento della loro rivalsa è proprio il punto di partenza dell’assurdità comica che pervade la pellicola, e che si rivela soprattutto nel lunghissimo monologo di Josie riguardo alle sue prospettive future – su cui si fa fin troppo coinvolgere emotivamente.

Eppure proprio in questo frangente, più nascosto, troviamo il primo seme dell’importante riflessione della pellicola.

La ridicola dinamica di Jeff che viene aggredito esplode nella tragica sequenza dei suoi compagni che vengono in suo aiuto, e ha il suo eco anche nella scena successiva del ritorno a scuola, quanto il quarterback paventa delle indispensabili stampelle e, di seguito, quando le protagoniste vengono chiamate dal preside per lo stesso motivo.

E così l’importanza della terribile aggressione oscura l’effettivo problema che viene annunciato, e poi dimenticato nella sua drammaticità: la ragazza effettivamente aggredita da un ignoto componente della squadra di football, la cui centralità nel discorso è appunto tale da soffocare tutto il resto.

In questo senso, l’irresistibile battuta di Tim ci racconta già tutta la situazione:

More violence. Just what this school needs.

Altra violenza. Proprio quella di cui questa scuola aveva bisogno…

Combattere

Il Fight Club nasce per tutti i motivi sbagliati.

Bottoms – come in un certo senso era già stato in Booksmart (2019) – gioca molto sul ribaltamento di un topos piuttosto classico del genere – da She’s all that (1999) in poi – in cui il personaggio maschile intraprende una relazione con la protagonista per finalità ben poco lodevoli.

Per questo PJ trascina Josie in questa suo folle progetto, con finalità ben più materiali rispetto a quelle paventate: riuscire ad avvicinarsi alla sua ragazza dei sogni con l’inganno, facendosi forza di una rete di bugie che, per stessa ammissione della protagonista, è veramente sorprendente per quanto sia intricata.

Tuttavia, l’esito del progetto è ben più importante rispetto al conquistare Isabel.

Come viene più volte ribadito, anche indirettamente, tutte le ragazze prendono parte al club per motivi diversi, ma accomunati, al netto dell’ironia, da una condivisa necessità di trovare un luogo sicuro in cui poter raccontare i loro disagi e le loro preoccupazioni.

Per questo, anche se disordinatamente, le ragazze imparano a mettersi in delle situazioni che altrimenti non si sarebbero mai azzardate ad affrontare, riuscendo a ritrovare quella solidarietà femminile che effettivamente mancava nel contesto sociale della scuola.

E in questo senso Jeff è una storia a sé.

Prodotto

Jeff è il prodotto di un sistema.

Per quanto il quaterbeck sia il frontman della scuola e del sistema che la governa, in realtà è solo la facciata di una realtà ben più profonda e radicata, tanto da apparire veramente come una marionetta senza forza di volontà e incapace di reagire alle situazioni, ma perfetto da usare come fantoccio.

Non a caso, nella sua ingenuità, Jeff agisce seguendo un set di regole preimpostate che neanche comprende – come si vede molto bene nella scena in cui cerca di giustificarsi con Isabel per il tradimento – e la sua forza sta proprio nell’essere spalleggiato da personaggi come Tim.

Il secondo al comando è di fatto la vera mente e braccio dell’operazione, che ragiona sulla base di un concetto ancora estremamente contemporaneo – e già ampiamente affrontato in Mean Girls (2004) e il suo erede spirituale Do Revenge (2022): divide et impera.

Così Tim attacca l’anello debole della catena, Hazel, la prima sostenitrice del progetto nonché fautrice delle improbabili voci di corridoio sulle protagoniste, quando si sente tradita dal gruppo in cui si era ritrovata e così usata come cavia per raccontare il fallimento del progetto del Fight Club.

Ma è a questo punto che Bottoms diventa veramente sottile.

Cambiamento

Nel finale di Bottoms cambia qualcosa?

L’atto finale della pellicola è una gustosissima parodia prima del momento di passaggio legato ai contrasti interni fra i protagonisti – che ha il suo apice nel momento in cui, senza alcun motivo, PJ mangia dei disgustosi ravioli in scatola – e poi della ricerca dell’aiuto nella figura adulta.

Ma lo stesso non è altro che un pretesto per dare modo al finale di esistere, costruendo una sorta di trama thriller che viene sistematicamente smentita dai fatti – nessun atto sacrificale, solo un becero boicottaggio della squadra avversaria – che permette però al gruppo protagonista di ritrovarsi in scena e dare prova del proprio cambiamento…

…se si può effettivamente definire tale.

Le ragazze finiscono per combattere un problema di facciata, che non esiste realmente se non nelle improbabili teorie di Rhodes, e a salvaguardare l’incolumità di Jeff, unico punto di interesse dell’intera comunità scolastica, e per questo vengono acclamate come se avessero tutti giocato verso il medesimo obbiettivo.

Ma tutto il resto non viene effettivamente risolto.

Non sappiamo nulla sull’aggressione della sera della festa, le ragazze vengono riconosciute solo per i servizi resi alla scuola e non per aver dimostrato di sapersi difendere, e, soprattutto, la sottotrama dello school shooting viene proprio esclusa dalla scena.

Per questo, infine, Bottoms sceglie di evadere il classico epilogo risolutore solitamente utilizzato per raccontare il rinnovato panorama sociale: nulla è veramente mutato, ma si è continuato a tenere gli occhi puntati sul problema minore – la sicurezza di un personaggio già ampiamente privilegiato in questo senso…

…ignorando, di fatto, tutto il resto.

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Do Revenge – Il vero nemico

Do Revenge (2022) di Jennifer Kaytin Robinson è un teen movie liberamente tratto dal film L’altro uomo (1951) di Alfred Hitchcock ed è considerabile l’erede spirituale di Mean Girls (2004).

È stato distribuito direttamente su Netflix.

Di cosa parla Do Revenge?

Nora e Drea sono due lupi solitari con un obbiettivo comune: vendicarsi di chi ha tagliato loro la strada.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Do Revenge?

Assolutamente sì.

Do Revenge è considerabile come l’erede spirituale della satira sociale di Tina Fey proprio per il suo riprendere sostanzialmente la stessa trama, ma arricchendola di un taglio molto più cupo e drammatico…

…proprio per andare a raccontare problematiche sociali incredibilmente attuali e ancora più strazianti, soprattutto se si pensa che le figure al centro della storia sono di fatto dei giovanissimi protagonisti pronti a divorare e a farsi divorare.

Classe

Do Revenge è tutto in tutto e per tutto un discorso di classe sociale.

Immersa in una festa che neanche nelle migliori trasposizioni de Il grande Gatsby, Drea si racconta la suo apice, quando è ormai perfettamente riuscita a raggiungere le vette del suo circolo sociale e a controllare ogni elemento al suo interno con particolare arguzia.

Purtroppo, già da questo frangente è evidente come le lotte intestine siano unicamente fra ragazze e unicamente volte a glorificare il proprio apparire – o a screditare quello di un’altra, proprio come Mean Girls ci raccontava in tempi non sospetti.

E già da giovanissime queste ragazze imparano quanto i loro corpi saranno sempre al centro della scena, oscurando ogni altro tipo di colpa, anche la peggiore: così Drea viene screditata e punita per aver aggredito Max, ma nessuno interviene per salvarla dal revenge porn che sta subendo.

E lo scontro continua sempre, incessantemente nella medesima direzione.

Vendetta

La vendetta ti uccide e ti forma.

Scomparsa dietro al suo corpo indebitamente sessualizzato, Drea si consuma nel masticare odio e vendetta, ma solo verso chi si può rivalere, ovvero altre ragazze facenti parte del medesimo circolo vizioso di distruzione reciproca, rispondendo alla loro – anche solo presunta – malignità con una cattiveria ancora più esacerbante. 

Ma sono rivalse vuote, portate avanti con la stessa semplicità con cui Drea stessa è stata smembrata, così semplici ma anche così totalizzanti da annullare effettivamente l’identità di una persona a fronte di un unico elemento: Erica sarà sempre e solo una cocainomane, Carissa è solo una disgustosa lesbica che coltiva droga.

Ed è in questo senso interessante come l’unico personaggio che Drea cerchi di portare nella sua stessa trappola sia proprio Max, provando di imbastire uno slut shaming gratuito che viene risolto con una facilità disarmante, proprio perché il personaggio maschile non parte già con dei pesi da dover smaltire.

Ma, soprattutto, è una rivalsa che gli rimbalza contro proprio perché è ulteriore conferma che il suo ex fidanzato non l’avesse mai considerata come una persona, ma bensì una delle tante ragazze con cui arricchire il proprio harem – e per il solo racconto della sua immagine pubblica di persona assolutamente desiderabile.

Ma se la caduta di Drea è rovinosa, l’annullamento di Nora è devastante.

Annullamento

Il dolore di Nora è totalizzante.

Anche se non viene detto esplicitamente, è chiaro che la protagonista sia stata per molto tempo intrappolata in una spirale depressiva, proprio a causa dello sciocco pettegolezzo diffuso da Drea, che ne ha riscritto, ancora una volta, la personalità, legandola all’esasperazione di un unico aspetto della stessa.

E il paradosso sta proprio nell’assumere esattamente l’identità che le è stata incollata addosso, quella della predatrice, ma nascondendosi prima dietro al racconto di vittima degli eventi, e poi di una ragazza misteriosamente interessante e tutta da scoprire.

Ma la sua condizione è più sfumata.

Do Revenge sceglie consapevolmente di evadere quella fastidiosa tendenza narrativa della commedia femminile dell’inizio del Millennio, in cui la protagonista si lascia ridefinire dal mondo che dovrebbe combattere – come Mean Girls quanto Il diavolo veste prada (2006) raccontano.

Effettivamente Nora viene assorbita all’interno del gruppo che dovrebbe distruggere e cade inevitabilmente nella rete di Max, ma per tutti i motivi giusti: ad eccezione di quest’ultimo, questi ricchi e annoiati ragazzini possono essere effettivamente il gruppo di amici di cui la protagonista ha effettivamente bisogno.

Per questo l’atto finale è ancora più sorprendente.

Nemico

L’ultimo atto di Do Revenge funziona a tratti.

La pellicola vorrebbe imbastire un colpo di scena che racconti l’esasperazione di questa inutile lotta intestina fra ragazze, con delle brevi scene thriller di grande effetto, che si esauriscono nella sequenza della festa in cui Drea diventa nuovamente una bulla fautrice di quei destabilizzanti pettegolezzi che avevano distrutto Nora.

In questo frangente dovrebbe avvenire lo scioglimento della loro contesa, che però forse manca del respiro necessario per essere efficace nell’affrontare un tema così importante, anche se scenicamente è chiaro che entrambe devono spostare l’attenzione verso il loro vero nemico.

E rendere Max il villain effettivo, concentrando su di lui tutti i problemi della mascolinità repressiva e controllante, è una scelta piuttosto vincente per chiudere il discorso…ma poteva essere anche più incisiva se si fosse puntato di più sul racconto di come lui stesso sia il prodotto di un sistema.

Così il nemico è sconfitto da un ripensamento dello stesso gruppo che pensava di controllare e con le sue stesse armi, e le protagoniste non arrivano a riacquistare quanto hanno perso prima, ma piuttosto a ritrovarsi libere di riscoprirsi e di conoscersi…

…anche rinunciando a quella via che sembrava già tracciata.