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Zootropolis 2 – La zampa traditrice

Zootropolis 2 (2025) di a Byron Howard e Jared Bush è il sequel dell’omonimo film del 2016.

A fronte di un budget medio per un film d’animazione – 150 milioni di dollari – ha aperto in maniera scoppiettante al primo weekend.

Di cosa parla Zootropolis 2?

Giusto una settimana dopo la conclusione del primo capitolo, Judy e Nick sono compagni di squadra…ma non veramente uniti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Zootropolis 2?

Assolutamente sì.

Al netto di qualche debolezza narrativa – già in parte insita all’interno del primo capitolo – il sequel di Zootropolis riesce ad essere ancora più vincente nel suo racconto politico molto più serio e contemporaneo…

…oltre alla costruzione della mitologia interna e dei rapporti fra i protagonisti davvero appassionante, pur andando, per certi versi, a sacrificare l’importanza delle figure più secondarie.

Momento

Dal primo capitolo di Zootropolis è passato un tempo incredibilmente breve.

Ed è una scelta estremamente mirata.

Nick e Judy si ritrovano nuovamente ad essere compagni nella insidiosa lotta contro il crimine quando, nel concreto, non è stato dato veramente loro il permesso di farlo – analogamente ai primi approcci della protagonista nel precedente capitolo.

Ed è una scelta particolarmente vincente perché utile a dare nuovi spunti ai protagonisti per conoscersi e riconoscersi, all’interno di una crescente incapacità di Judy di darsi dei limiti e, più in generale, di riuscire a guardare oltre al mero mistero che sta inseguendo.

E diversi campanelli d’allarme suonano all’interno della pellicola, proprio nel sarcasmo di Nick, una sorta di noioso brusio di sottofondo, una protesta dispettosa che però diventa sempre più insistente, fino ad esplodere nell’atto centrale: un fondamentale problema di incomunicabilità.

La questione di fondo di entrambi i personaggi è di sentire un legame significativo col proprio partner, ma di non saperlo concretizzare all’interno di un lavoro di squadra, invece intestardendosi sull’essere soli contro al mondo: se Judy vive solo per il caso, Nick ci racconta continuamente un’insoddisfazione interiore che non riesce ad esprimere.

Ovvero, vedere la sua amica distruggersi, fisicamente e mentalmente, per un problema troppo grande per lei.

Ma se c’è distruzione, c’è anche rinascita.

Carota

Se la carota si distrugge all’apice del loro scontro, la stessa è in realtà un punto di partenza.

Il registratore infatti si spezza come si spezza la voce, la frase di Nick quando trova il coraggio per comunicare i suoi veri sentimenti, quando cerca di mettere un freno alla corsa suicida di Judy, ma finisce solo per convincerla di essere davvero sola nella sua lotta contro al mondo.

Per questo è tanto più significativo che proprio quello sia il momento della loro divisione: Judy, troppo concentrata sulla risoluzione del mistero, non è capace di rivelare in tempo l’inganno di Pawbert, ma ne rimane vittima – mentre, forse, una mente più scaltra come Nick non si sarebbe fatta giocare così facilmente.

E, infine, l’ammissione delle loro insite debolezze, dopo aver concretamente rischiato la propria vita per salvare quella dell’altro, è un momento di incontro fra le differenti visioni del mondo che racchiude nel micro il macrotema di tutta la pellicola…

…politicamente anche più interessante del primo capitolo.

Diversità

Senza nulla togliere ai fondamentali concetti di Zootropolis, il suo sequel evade gli schemi più classici in maniera davvero inaspettata.

Infatti il primo capitolo, per quanto avesse un racconto politico molto significativo, era altresì inquadrato all’interno di uno schema più strettamente favolistico: riducendo molto del racconto alla sua ossatura, si trattava sostanzialmente del tropo narrativo dell’antagonista che vuole conquistare il mondo e riscriverlo secondo i propri desideri.

Al contrario. in Zootropolis 2 il discorso si allarga notevolmente, passando dall’essere un semplice thriller ad un effettivo thriller politico, in cui gli antagonisti sono inquadrati all’interno di una trama politica piuttosto subdola e con molti echi nella storia statunitense, con una discriminazione sistematica e basata su un pregiudizio così radicato che basta da solo per annullare un intero popolo.

E questa scalata al potere, questa narrazione antagonistica è così pervasiva da far gola ad un personaggio apparentemente positivo come Pawbert, che sceglie consapevolmente di essere il villain della storia a patto di poter far parte di una famiglia che mai l’ha veramente voluto, proprio per la sua inadeguatezza.

In altre parole, il personaggio fa un percorso inverso a quello dei due protagonisti, accettando la sua natura predatoria e non volendosi distinguere positivamente – o, meglio, non volendo rischiare in questo senso, come già tutta la sua oasi così riccamente arredata lascia presupporre.

Ma l’altro lato della medaglia è meno vincente.

Immediato

Per quanto Zootropolis 2 riesca complessivamente a funzionare nei suoi diversi snodi narrativi, anche quelli più rischiosi, meno vincente è nella gestione di Gary.

L’attaccamento del serpente a Pawbert quanto a Judy è fin troppo immediato, e manca del respiro necessario per arrivare ai momenti più drammatici – il tradimento e la definizione di Judy come migliore amica – per un personaggio che soffre molto per il poco minutaggio concesso, nonostante la sua storia sia il fulcro della vicenda. 

Tuttavia, ad una seconda visione posso dire che questo problema è parzialmente riassorbito all’interno della caratterizzazione di Gary, figura estremamente ingenua e assolutamente positiva – estensione, in un certo senso, della sua bisnonna, in una contrapposizione positivo e negativo piuttosto classica.

In questo senso forse Zootropolis in generale pecca in parte nel mettere al centro della storia personaggi parzialmente grigi e i cui dilemmi morali sono ampiamente esplorati – Judy e Nick – e nel circondarli di figure dalla moralità più netta ed immediata – Gary e la famiglia.

Ma c’è un motivo per cui Zootropolis 2 è così speciale.

Perché Zootropolis 2 è così speciale

La bellezza di un’opera sta anche nei suoi dettagli.

In un mercato dell’animazione che ha già più volte percorso le strade degli animali antropomorfi e delle loro città umane, Zootropolis 2 risulta particolarmente vincente nella cura che mette nel definire gli spazi e la lore generale, con non poche accortezze che la rendono una pellicola davvero preziosa.

Due su tutte.

Riguardo ai rettili, quando Judy e Nick arrivano nel locale clandestino, si scoprono a doversi sedere non su sedie, ma su dei rami contorti – proprio adatti agli ospiti serpenteschi – e così, nella casa della bisnonna, i serpentelli non misuravano il procedere della loro crescita in verticale, ma bensì – giustamente – in orizzontale.

Altrettanto piacevole è la cura di molte delle battute e dei giochi di parole: quando Pawbert si presenta a Judy gli tende la zampa – paw, in inglese – e dice appunto “Paw” invece che il suo nome completo, o anche quando Gary si presenta come Gary De’Snake che suona in inglese come Gary The Snake, ovvero Gary Il Serpente.

Piccoli accorgimenti, per un’opera davvero pensata.

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Basil L’investigatopo – L’atto centrale

Basil L’investigatopo (1986) di Burny Mattison, David Michener, Ron Clements e John Musker è il ventiseiesimo Classico Disney.

A fronte di un budget medio per il periodo – 14 milioni di dollari – è stato un buon successo commerciale: 38 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Basil L’investigatopo?

Londra, 1897. Hiram Flaversham è un giocattolaio particolarmente abile, che per questo entra nel mirino di un personaggio non proprio raccomandabile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Basil L’investigatopo?

Assolutamente sì.

Il ventiseiesimo Classico Disney è, arrivati a questo punto, uno dei migliori prodotti di questa fase: una narrazione puntuale e avvincente, che riesce a seguire strade già battute, ma adattandole ottimamente all’economia narrativa e al poco minutaggio a disposizione.

Nondimeno i personaggi principali – Basil e Ratigan – sono due figure incredibilmente memorabili: l’uno che prende le mosse da Sherlock Holmes in maniera irresistibilmente comica, e l’altro che riesce ad incarnare uno dei villain più iconici della Disney, anche per la violenza efferata che lo caratterizza in non pochi momenti.

Insomma, da riscoprire.

Medias res

Uno dei meriti più importanti di Basil L’investigatopo è la gestione del tempo.

Nella consapevolezza di godere un minutaggio limitato, la pellicola riesce ad incastrare una storia lineare all’interno di una narrazione già avviata: ci bastano così poche scene per introdurre Hiram Flaversham e la sua abilità artigiana, che diventano subito oggetto dell’interesse di un misterioso personaggio nell’ombra…

E, come tutte le scene di violenza della pellicola, il rapimento del giocattolaio è ottimamente orchestrato fuori scena, raccontato ora attraverso le ombre drammatiche proiettate sul muro, ora tramite i suoni che la disperata Olivia è costretta ad ascoltare all’interno della credenza.

Ma questa è solo la scintilla iniziale per portarci alla conoscenza di Topson e conseguentemente di Basil, introdotti con lo stesso simpatico espediente di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) – le versioni più piccole dei corrispettivi umani che si vedono brevemente in scena.

E il primo approccio con Basil è particolarmente brillante.

Olivia e Topson entrano nella vita dell’investigatore quando questo è già invischiato nella faida con Ratigan, quando sta già cercando di incastrarlo seguendo una logica comprensibile solo a lui, che però si rivela infine fallimentare, rendendo ancora più importante il caso di Olivia.

Infatti questa presentazione di Basil fa gioco alla trama per riuscire ad essere credibile nella scelta subitanea del protagonista di prendersi sulle spalle il caso, non andando fra l’altro ad intaccare la sua figura di stravagante investigatore totalmente concentrato su se stesso e sulla sua bravura.

Ma Ratigan merita un discorso a parte.

Ombra

Il villain di Basil L’investigatopo è uno dei più riusciti di questa fase.

Anche in questo caso bastano pochi tocchi  per caratterizzarlo come personaggio estremamente vanesio ed egocentrico, che si è costruito una nutrita cerchia di sostenitori da cui desidera solamente il costante e cieco servilismo, mettendosi sempre al centro della scena – e della canzone – con la sua impotente presenza.

E la stessa è significativa anche per definire un altro lato del personaggio.

Ratigan non è un topo, ma bensì un ratto, quindi un animale decisamente più vile e deprecabile, natura che però cerca di sublimare sia nell’aspetto estremamente curato e pomposo, sia anche nell’agire, non sporcandosi fino all’ultimo mai veramente le zampe.

Infatti la sciocca mancanza di uno dei suoi scagnozzi nel chiamarlo ratto porta allo svelamento della sua arma segreta, un enorme gatto che emerge in scena con una presentazione degna di un kaiju, e che diventa lo strumento per il concretizzarsi ancora una volta di una violenza piuttosto efferata e fuori scena…

…che è prima di tutto mentale: come Ratigan potrebbe facilmente e direttamente punire da sé i suoi nemici – come si vedrà a fine film – preferisce invece distruggerli prima mentalmente – ora con la campanella, ora con le minacce velate a Flaversham – proprio nel suo volersi raccontare come villain efferato ma elegante nel suo agire. 

Tanto più che il suo piano non è così immediato…

Pista

La gestione del piano del villain è un ostacolo non facile da aggirare.

Spesso la stessa diventa o un mezzo per la maturazione dei personaggi – come in Taron e la pentola magica (1985) – o un semplice ostacolo e minaccia in divenire – in Gli Aristogatti (1970) quanto in Red e Toby (1981) – ma difficilmente, soprattutto all’interno di un film animato per un pubblico infantile, diventa centrale alla storia.

Per Basil l’investigatopo è tutto il contrario.

Il piano di Ratigan viene svelato progressivamente pezzo per pezzo e nei suoi inquietanti dettagli, intrecciandosi perfettamente con l’investigazione di Basil, in cui dà prova delle sue capacità di brillante investigatore, ma senza mai eccedere nel raccontarlo come protagonista imbattibile, anzi.

La tridimensionalità del personaggio e la stretta correlazione con il suo antagonista è data proprio dai suoi errori.

Per quanto Basil riesca a condurre abilmente l’indagine ed ad orchestrare furbi travestimenti e macchinazioni, finisce comunque nella trappola di Ratigan, che si misura con lui proprio con i medesimi strumenti mentali, riuscendo prima a sottrargli Olivia, e poi a renderlo parte del suo stesso piano.

E così si arriva ad un momento di passaggio classico, ma che non manca di qualche sorpresa.

Metamorfosi

Il frangente del fallimento è fondamentale nella narrazione dell’eroe

Infatti il protagonista non può immediatamente risultare vincitore, anzi più viene sconfitto in prima battuta, più diventa interessante la sua rinascita che lo porta allo scontro finale – per cui gli esempi in questo senso, da Hercules (1993) fino al Re Leone (1998), si sprecano.

E proprio questo succede a Basil, che viene intrappolato nel congegno mortale di Ratigan e si rinchiude in sé stesso, arrendendosi alla sua clamorosa sconfitta, venendo poi fatto rinsavire dai suoi aiutanti – Topson e in parte Olivia – riuscendo nuovamente ad utilizzare le sue capacità mentali per trovare una falla nella macchina del suo nemico.

Il successivo frangente è perfetta nella conclusione del climax narrativo del piano di Ratingan, che lo identifica ancora come antagonista mentale, e non fisico – non prende il potere per la forza, ma sostituisce la regina con l’inganno – mentre risulta più debole nella sua sconfitta da parte di Basil, fin troppo veloce e non adeguatamente costruita.

Ma non è finita qui.

La vera sconfitta di Ratigan avviene solo quando abbandona le vesti da antagonista macchinatore e crolla nel suo più importante incubo: non essere altro che un malefico e brutale ratto, che si rifà su Basil unicamente con la sua forza spropositata che finalmente porta in scena.

E così la spettacolare scena del Big Bang segna l’ultimo momento della pellicola e la definitiva sconfitta del villain, regalandoci un simpatico prologo che aprirebbe sulla carta la via a nuovi film, ma senza che, ad oggi, si siano mai concretizzati…

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Le avventure di Bianca e Bernie – La pezza grottesca

Le avventure di Bianca e Bernie (1977) di Wolfgang Reitherman, John Lounsbery e Art Stevens è il ventitreesimo Classico Disney, nonché il primo ad aver avuto un sequel.

A fronte di un budget abbastanza significativo – 7.5 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 48 milioni di dollari nella sua prima uscita.

Di cosa parla Le avventure di Bianca e Bernie?

Penny è una bambina orfana tenuta prigioniera dalla perfida Madame Medusa. E le persone su cui può contare sono davvero piccolissime…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Le avventure di Bianca e Bernie?

Bianca in una scena di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

In generale, sì.

Le avventure di Bianca e Bernie è forse il film che ha più sofferto del Medioevo Disney – anzi, forse è il primo film da considerare propriamente parte dello stesso – in quanto vive di idee anche ottime, momenti ormai diventati iconici e indimenticabili nella memoria collettiva…

…ma che soffre di non pochi difetti derivati probabilmente da una gestione produttiva piuttosto frettolosa e disordinata, con degli errori che potrebbero appartenere ad un qualunque prodotto di scarsa qualità di questo periodo, non certo a Casa Disney.

In ogni caso, merita un’occasione.

Spunto

Inizio di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

Le avventure di Bianca e Bernie fa a gara con Bambi (1942) per l’apertura più struggente.

Infatti non sappiamo di fatto niente di questa bambina, eppure la sua disperata richiesta di aiuto, con in sottofondo una melodia struggente che ci accompagna per tutti i titoli di testa, ci fa inevitabilmente stringere il cuore per un personaggio di cui non sapremo quasi nulla fino a metà film.

Infatti, i veri protagonisti devono ancora arrivare.

Il lato probabilmente più vincente della pellicola prende le mosse dall’ottimo La carica dei 101 (1961), creando un delizioso microcosmo sotterraneo di minuscoli agenti speciali, di salvatori certificati – rescuers in originale – che si espanderà – pur con qualche inciampo – lungo tutta la pellicola.

Ed è ancora più vincente come i protagonisti non siano inizialmente presentati come una coppia, ma anzi come due perfetti sconosciuti la cui caratterizzazione è totalmente indipendente, ma infine inevitabilmente interconnessa: come Bernie è un inserviente un po’ maldestro, ma che non si tira mai indietro…

Bernie sale sulla bottiglia in una scena di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

…Bianca è una fascinosa agente che ha gli occhi di tutti i personaggi addosso fin dalla sua prima apparizione, ma che sceglie consapevolmente di avere come suo compagno l’ultimo gradino della scala sociale, ma che ha saputo più di tutti dimostrare il suo valore nei pochi minuti in cui è stato introdotto.

Così la parte centrale ha un twist inaspettato.

Mistero

L’atto centrale è forse quello più centrato dell’intera pellicola.

Invece che dare immediatamente le indicazioni ai protagonisti per trovare il proprio obbiettivo, la pellicola imbastisce un’ottima trama mistery che riporta i due piccoli personaggi a seguire le tracce della bambina scomparsa, e così a tratteggiarne il carattere – pur senza riuscirci fino in fondo per via di un ultimo atto abbastanza claudicante.

Così scopriamo che Penny è vittima di una doppia ingiustizia: non solo è stata rapita, ma viene fatto credere che in realtà sia scappata, ormai insoddisfatta di un’esistenza in cui sembra impossibile trovare una nuova famiglia, nel suo essere anche piuttosto determinata, come ben dimostrano i successivi e continui tentativi di fuga.

Madame Medusa al telefono in una scena di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

Il punto di arrivo è infine la conoscenza di Madame Medusa, personaggio che riesce al contempo ad essere un buon villain, rafforzato anche dall’ambiente – il negozio d’antiquariato crepuscolare, poi la angosciante palude – e dai personaggi di cui si circonda – i temibili coccodrilli Bruto e …

…ma anche peccare nell’essere un palese riciclo di Crudelia Demon – da cui alcune sequenze, particolarmente quelle della macchina, che sono sostanzialmente le stesse – pur nella sua iconico stile decadente e nel suo carattere incontrollabile, quasi capriccioso, che ne definisce la insostenibile avidità.

E giungiamo così infine all’ultimo atto.

Monco

Madame Medusa allo specchio in una scena di Le avventure di Bianca e Bernie (1977) ventitreesimo Classico Disney

L’ultimo atto della pellicola sembra monco in molti punti.

Se infatti l’elemento più vincente è la costruzione ottimamente orchestrata della situazione da risolvere, aggravata dai capricci di Medusa, che non desidera un qualunque dei gioielli ritrovati da Penny, ma bensì uno specifico e introvabile diamante, con anche la parvenza di un piano da mettere in atto…

…lo stesso si perde in snodi narrativi che paiono quasi improvvisati, aggravati da degli eventi errori di prospettiva – topi, marmotte, tartarughe e gufi sono tutti della stessa dimensione – e dall’inserimento di personaggi aggiuntivi nel ruolo di aiutanti dei protagonisti che appaiono in ultima analisi totalmente superflui.

Una tendenza che ben si esplica nel finale.

Anche qui si alterna la sequenza dell’avventura della caverna veramente ben pensata, in cui vediamo concretizzarsi le paure di Penny – e di qualunque bambino al suo posto – oltre a definire in maniera puntuale perché l’intervento dei piccoli protagonisti era così fondamentale…

…ad uno scioglimento della vicenda che appare veramente improvvisato, con la carica dei personaggi di riserva che entra in scena nel momento giusto per dare una chiusura alla storia, accompagnandoci ad un epilogo sicuramente appagante, ma che poteva essere costruito in maniera decisamente più vincente.

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The Shrouds – Dialogo morto

The Shrouds (2024) di David Cronenberg è un dramma fantascientifico incentrato sul tema dell’elaborazione del lutto.

Di cosa parla The Shrouds?

Karsh affronta la morte della moglie in maniera piuttosto particolare: continuando ad osservare il contenuto della sua tomba. Ma non tutti sono d’accordo con questa tecnologia…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Shrouds?

Vincent Cassel e Jennifer Dale in una scena di The Shrouds (2024) di David Cronenberg

In generale, no.

Purtroppo con The Shrouds Cronenberg si perde totalmente in uno spunto che poteva anche essere interessante – quanto tipico della sua produzione – ma che è fatto a pezzi da una trama confusionaria, una trattazione tematica pasticciata, e un didascalismo sconcertante.

A questo si aggiunge un racconto di non poche tematiche con ben poca lucidità, ai limiti dell’imbarazzante…

Spunto

L’incipit di The Shrouds poteva a suo modo essere interessante.

Karsh vive nel sogno – o incubo – della moglie morta, e progetta uno speciale sistema per poter essere con lei anche nell’oltretomba, circondandosi di fotografie che ne raccontino il lugubre presente, ma anche la sicurezza della sua condizione, piuttosto che uno sfumato passato.

Vincent Cassel in una scena di The Shrouds (2024) di David Cronenberg

Così la figura di Becca è onnipresente, sia nella tomba digitale – che allontana possibili nuove partner – sia nella realtà fittizia, ora del sogno – in cui la moglie è costantemente fatta a pezzi – ora della sua assistente virtuale, che ne mantiene le fattezze.

Altrettanto interessante poteva potenzialmente essere l’atto di vandalismo ai danni del cimitero, che ci portava sulla strada di un giallo fantascientifico, proprio grazie alla presenza delle misteriose protuberanze sullo scheletro di Becca…

…e invece, nessuna strada è veramente percorsa.

Scioglimento

Vincent Cassel e Jennifer Dale in una scena di The Shrouds (2024) di David Cronenberg

È onestamente difficile seguire la via tracciata da Cronenberg in The Shrouds.

Non perché si tratti di un racconto enigmatico ed inafferrabile come l Videodrome (1983), ma bensì perché il regista sembra prima voler rendere il mistero centrale alla vicenda, per poi spingerlo ai margini della scena, intrappolandolo in uno scioglimento piuttosto confuso ed estremamente didascalico.

Infatti, non vi è alcuna costruzione del mistero e della tensione, ma la soluzione viene semplicemente espressa tramite i dialoghi dei personaggi, ma senza che vi sia un retroterra narrativo significativo, ma piuttosto perché gli stessi o sentono improvvisamente di volersi confessare…

…oppure perché arrivano alle soluzioni senza doverci davvero pensare.

E così bastano pochi passi falsi per fare perdere ogni tipo di interesse verso la storia, rendendo lo scioglimento della vicenda un calderone dove buttare molti concetti senza comprenderne veramente nessuno, pescando vari temi di stretta attualità, nemici vecchi e nuovi – i cinesi quanto i russi – finendo per perdersi in un ingestibile caos.

E non è neanche la parte più problematica della pellicola.

Attualità

Vincent Cassel in una scena di The Shrouds (2024) di David Cronenberg

E piuttosto comune per il genere fantascientifico collegarsi ad argomenti di attualità. 

Ma non è un obbligo.

Durante la sua produzione cinematografica Cronenberg non ha mai voluto avere un collegamento così stringente con la sua contemporaneità, spesso spaziando invece in possibili futuri grotteschi o in revisioni del presente più sui toni dell’onirico o persino del fantastico.

Per The Shrouds Cronenberg ambienta la vicenda in un futuro non troppo lontano, inserendo alcuni concetti di strettissima attualità – macchine che si guidano sole, Intelligenza Artificiale – ma senza riuscire ad indovinarne in realtà nessuna, ma anzi spesso perdendosi nelle stesse. 

Vincent Cassel e Sandrine Holt in una scena di The Shrouds (2024) di David Cronenberg

Particolarmente strana è la questione dell’Intelligenza Artificiale, che sulla carta sembra voler denunciare il nostro ingenuo abbandono ad una tecnologia che non è altro che un burattino, una facciata per metterci a nudo e manipolare le nostra vite…

…ma in conclusione non si comprende chiaramente in quale direzione voglia andare, dimostrando effettivamente la tesi di cui sopra, ma senza che sia chiaro quale sia il motivo – o effettivamente il modo, dal momento che le paure di Karsh si erano concretizzate con quell’aspetto solo in sogno.

E, allora, di cosa vuole parlare The Shrouds?

Focus

Vincent Cassel in una scena di The Shrouds (2024) di David Cronenberg

Se mettiamo da parte la questione fantascientifica e morale, cosa rimane a The Shrouds?

Forse, quello di cui veramente voleva parlare.

Osservando l’andamento della vicenda e l’importanza che viene data ai personaggi, Cronenberg sembra in realtà voler parlare dell’elaborazione del lutto, particolarmente della difficoltà del protagonista di allontanarsi fisicamente dalla figura della moglie defunta…

…ma volendo al contempo farla a pezzi, quasi sezionarla, e infine punirla per essersi in parte concessa ad un altro uomo – un importante convitato di pietra che entra in scena solamente da morto – per una punizione che è solo un modo per liberarsi dalla sua presenza.

Tuttavia, l’aver arricchito una narrazione con così tanto potenziale di elementi che non sono riusciti ad incastrarsi fra di loro, l’averla conclusa sempre tramite la bocca del protagonista e senza un minimo di pathos effettivo, ha per me privato l’opera di tutto il suo potenziale interesse.

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Madre – L’occhio della madre

Madre (2009) di Bong Joon-ho è un thriller poliziesco e il suo terzo film in lingua coreana.

A fronte di un budget piccolissimo – 5 milioni di dollari – anche per la sua distribuzione limitata, ha avuto un riscontro piccolo ma significativo: 17 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Madre?

Yoon Do-joon è un ragazzo con una disabilità mentale totalmente sotto la protezione della madre, che farebbe qualunque cosa tenerlo al sicuro…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Madre?

Assolutamente sì.

Al pari di Memorie di un assassino (2003), anche Madre è un incontro piuttosto curioso – ma assolutamente vincente – fra un thriller sanguinoso e una commedia nera dai toni a tratti estremamente amari, con un utilizzo del climax e dei colpi di scena semplicemente perfetto.

Così Bong Joon-ho riesce ancora una volta – e costantemente – a stupire lo spettatore sbarigliando le carte in tavola in maniera assolutamente inaspettata, e includendo al contempo la sua onnipresente riflessione sulla problematica situazione sociale in Sud Corea.

Insomma, da non perdere.

Guardia

La Madre è un guardiano.

La costante soggettiva della donna nei confronti del figlio dall’altro lato della strada è indicativa della sua onnipresente sorveglianza, che, con lo scontro con la macchina, ne svela l’insita fragilità, che la fa scoppiare in urla di disperazione.

Ed farebbe davvero di tutto per proteggerlo.

Un personaggio in realtà rappresentativo delle angosce di una classe media estremamente impoverita, che vive alla giornata, tramite sotterfugi e lavori improvvisati – e spesso, neanche del tutto legali – necessari per la propria sopravvivenza.

Un quadro che si carica di note anche più drammatiche con la scoperta del tentato omicidio – suicidio, dettato da una disperazione crescente verso una situazione economica irrisolvibile – che il figlio rigetta nella sua totale inconsapevolezza.

E, infatti, Do-joon è incontrollabile.

Innocuo

Do-joon è un ragazzo…innocuo?

Nonostante il continuo susseguirsi di controlli scrupolosi da parte della Madre, il protagonista appare come una figura profondamente imprevedibile, che fin da subito mette in scena la sua violenza sopita quanto inconsapevole, che esplode improvvisamente in più momenti della pellicola.

Eppure, al contempo, il film è piuttosto credibile nel raccontarci questi frangenti come tutto sommato innocui, e a farci credere che Do-joon in realtà non farebbe male neanche ad una mosca, motivo per cui infine ci dispiacciamo nel vederlo bistrattato dalla polizia.

Anzi, ci sembra tanto più prevedibile la sua inconsapevole firma all’atto di confessione, apparentemente dovuto alla violenza ingiusta da parte dei poliziotti – già ampiamente esplorata in Memorie di un assassino – che il ragazzo legge come un atto di rivendicazione, come ben racconta la sua battuta:

Posso essere anche cattivo.

Eppure, c’è un fondo di verità che non cogliamo subito…

Strada

La strada per scoprire il vero colpevole sembra ormai tracciata.

Infatti Bong Joon-ho ci fa imboccare un percorso del tutto illusorio di svelamento dei veri colpevoli: prima lo scapestrato compagno di Do-joon, poi la pista più fertile dei clienti della vittima, che raccontano una rete sotterranea di prostituzione minorile, in cui omicidio non è che l’ovvia conseguenza.

Insomma, ancora una volta il regista ci intrappola nel suo inganno delle semplicità e prevedibilità della storia, prendendo le mosse da un topos narrativo piuttosto comune e dalla facile risoluzione, che ci porta facilmente a empatizzare con l’apprensiva Madre.

Ed è tanto più interessante quanto la protagonista, nella sua piccola statura, riesca abilmente ad agire nell’ombra, mai cercando lo scontro fisico, ma delegando ad altri la parte attiva, nonostante i diversi ostacoli che le vengono messi lungo la strada.

Eppure, alla fine tutto cambia.

Inconsapevolezza

Il finale, ancora una volta, sembra già scritto.

L’epifania di Do-joon sembra il tassello risolutore di un quadro già definito, di cui manca solamente il colpevole, individuato nell’oscura figura del raccoglitore di rifiuti, che, una volta consegnato alla polizia, scarcererebbe infine lo sfortunato e innocente ragazzo.

E invece il sicuro colpevole diventa il testimone chiave della vicenda, che ci narra quanto Do-joon sembra genuinamente non ricordare: la furia feroce e improvvisa con cui ha scagliato un enorme masso in testa alla ragazza che l’aveva rifiutato, e gettando la Madre in uno stato di profondo sconforto…

…che esplode in una furia omicida disperata che la porta per la prima volta ad essere protagonista dell’azione, per poi tornare totalmente passiva e impotente davanti alla cattura del vero colpevole, a cui chiede disperata se anche lui abbia una madre che lo possa proteggere come lei ha fatto per Do-joon.

Il quadro si conclude nella comprensione della totale inconsapevolezza di Do-joon, che racconta in terza persona le vere motivazioni dell’esposizione del corpo e che, infine, consegna senza rendersene conto l’unica prova che collegava la Madre alla scena del crimine…

…portando la donna a cancellare con le sue stesse mani il ricordo degli orrori di cui si è macchiata per liberare il figlio, gettandosi infine nel giubilo della folla festante che balla, rappresentazione indiretta della medesima inconsapevolezza del figlio, che probabilmente mai si ricorderà della verità della vicenda.

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Memorie di un assassino – Le parallele intersecate

Memorie di un assassino (2003) è il secondo film della ricca filmografia di Bong Joon-ho.

A fronte di un budget piccolissimo – appena 2,8 milioni di dollari – anche grazie alla distribuzione in Occidente a quasi vent’anni dall’uscita, è stato un ottimo successo commerciale: 12 milioni in tutto il mondo.

Di cosa parla Memorie di un assassino?

Corea del Sud, 1986. In una piccola cittadina di campagna si susseguono una serie di omicidi piuttosto efferati nei confronti di giovani donne. E i metodi di indagine della polizia sono quantomeno dubbi…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Memorie di un assassino?

Song Kang-ho e Kim Sang-kyung in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

Assolutamente sì.

Memorie di un assassino rappresenta un punto di partenza fondamentale per ricoprire la filmografia di Bong Joon-ho, che già qui presenza la sua cifra distintiva fra comico, grottesco e drammatico, in un incontro piuttosto peculiare, ma estremamente efficace.

Di fatto il film inganna lo spettatore facendogli credere che la via verso il finale è già segnata e che lo sviluppo della storia sarà piuttosto lineare, riuscendo invece a sorprenderlo in un’evoluzione dei personaggi veramente sottile e perfettamente calibrata.

Insomma, da riscoprire.

Metodi

Song Kang-ho in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

I metodi della polizia sono quantomeno discutibili.

Park Du-man si fa largo all’interno di un caso spinosissimo a colpi di intuizioni senza alcuna base logica e con un atteggiamento fin subito aggressivo e perentorio, volto a individuare immediatamente il colpevole perfetto per chiudere il caso nel minor tempo possibile.

E, in maniera davvero sorprendente, la regia rende questo aspetto della vicenda apertamente grottesco, ma senza banalizzare la questione, anzi usandola come strumento per definire caratterialmente le due figure dei detective protagonisti e del panorama in cui si muovono.

Song Kang-ho in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

I due poliziotti infatti sono incastrati in un contesto sociale particolarmente gretto, in cui le investigazioni vengono condotte, nella quasi totale mancanza di mezzi, quasi totalmente alla cieca, per i sentito dire, per i pettegolezzi che si rincorrono e chiusi grazie al tribunale popolare che sembra avere sempre la meglio.

E in questo senso l’arrivo del nuovo detective è emblematico.

Parallela

Song Kang-ho e Kim Sang-kyung in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

Seo Tae-yun subisce immediatamente la giustizia sommaria.

In un contesto in cui il minimo indizio può portare alla condanna, il semplice chiedere indicazioni diventa stalking e la situazione precipita anche simbolicamente in un fosso, e ogni tentativo di recuperare la situazione – aiutare la donna a risalire – diventa invece la prova definitiva che lo porta ad essere ammanettato alla macchina.

E questo breve ma significativo incontro già basta per intraprendere un’indagine parallela, del tutto estranea ai disordinati tentativi di creare un caso sul primo malcapitato che si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato, seguendo invece la pista seminata dalla ben più attenta Kwon Kwi-ok, l’unica che trova una prova concreta.

Così finalmente il detective riesce a costruire una rete di indizi effettivamente significativa, basata su effettivi indizi, testimoni e collegamenti un minimo credibili fra i vari elementi in gioco, che lo portano in direzione di una figura apparentemente insospettabile.

Ed è a questo punto che Memorie di un assassino mi ha sorpreso.

Costretto

Kim Sang-kyung in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

La direzione del film appare chiara, quasi scontata.

Lo spettatore e lo stesso detective si aspettano di riuscire a seguire una linea chiara che li porterà ad inchiodare il vero colpevole, soprattutto grazie alle insperate tracce di sperma, che potrebbero essere la prova schiacciante per condannare quello che ormai sembrava il killer designato.

Questa ritrovata sicurezza conduce gradualmente Seo Tae-yoon ad avere una visione sempre meno oggettiva del caso e un’ossessione crescente verso il colpevole, che sembra scivolargli dalle mani ad ogni nuovo assassinio che non è riuscito a sventare.

Per questo l’arrivo dei test del DNA, l’unica via che ormai gli sembrava percorribile per arrestarlo, nella sua totale inutilità definisce l’ultimo atto del suo fallimento, che lo porta, di fatto, ad essere tutto quello che odiava:

esecutore di una giustizia sommaria.

Memories of a Murder finale

Il finale di Memories of a Murder è il suo punto più alto.

Nonostante Park Du-man sembra essersi lasciato il caso alle spalle, il destino lo riporta inevitabilmente nel primo luogo del delitto, dove ammette che effettivamente non c’è più niente da vedere, nonostante la regia indugi su un eloquente primo piano stretto che racconta l’aspettativa del personaggio di trovare qualcosa.

Song Kang-ho in una scena di Memorie di un assassino (2003) di Bong Joon-ho

E infine quel solitario scalo fognario diventa il punto di incontro mai prima riuscito fra il killer misterioso e il detective, che pende dalle labbra dell’unica, nuova testimone, ancora una volta incapace di dargli la prova schiacciante per chiudere il caso.

E ora?

Ci chiede Park Doo-man guardandoci direttamente negli occhi.

Sipario.

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Nosferatu – Una bellezza già vista

Nosferatu (2024) di Robert Eggers è un remake dell’omonimo classico del cinema espressionista di Murnau.

A fronte di un budget comunque significativo – 50 milioni di dollari – ha aperto in maniera piuttosto promettente al box office statunitense: 21 milioni di dollari.

Candidature Oscar 2025 per Nosferatu (2024)

(in nero le vittorie)

Miglior fotografia
Miglior scenografia
Migliori costumi
Migliori trucco e acconciatura

Di cosa parla Nosferatu?

Thomas Hutter vuole offrire una nuova vita alla sua neonata famiglia, e per questo accetta un incarico piuttosto particolare: visitare il misterioso conte Orlok in Transilvania.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Nosferatu?

Lily Rose-Depp in una scena di Nosferatu (2024) di Robert Eggers

In generale, sì.

Con Nosferatu Eggers dimostra nuovamente le sue incredibili capacità registiche, riuscendo a portare in scena atmosfere effettivamente inquietanti, incorniciate da un montaggio particolarmente indovinato, che regala un davvero indemoniato alla pellicola. 

Rimane però un po’ di amaro in bocca nel constatare la quantità di temi e di riflessioni – già esplorate da Eggers altrove – che potevano essere meglio approfondite, cercando magari di dare maggiore originalità all’opera, che per il resto rimane un piacevole omaggio al classico di partenza.

Paura

Nicholas Hoult in una scena di Nosferatu (2024) di Robert Eggers

In un genere ormai oltre che saturo come l’horror, riuscire a spaventare non è semplice.

In questo senso, Nosferatu di Eggers è vincente nel caricare le atmosfere in scena, soprattutto nel primo atto, di un senso di puro terrore, basato su un abile uso del vedo-non-vedo, in cui le fattezze del Conte Orlok emergono fumose dall’oscurità della sua magione…

Nicholas Hoult in una scena di Nosferatu (2024) di Robert Eggers

…e diventano sempre più agghiaccianti grazie agli altri elementi che animano la scena – i riti pagani di purificazione, i particolari gotici del castello, la carrozza fantasma… – riuscendo a far immergere lo spettatore nella corsa cieca e disperata del nostro ingenuo protagonista.

Ma non è finita qui.

Controllo

Nicholas Hoult e Lily Rose-Depp in una scena di Nosferatu (2024) di Robert Eggers

Il perno centrale della narrazione di Nosferatu è la mancanza di controllo.

I protagonisti sembrano del tutto succubi ad una trama già intessuta molto tempo prima, a cui è impossibile sfuggire, come ben racconta il montaggio frenetico in cui le vicende si svolgono secondo la volontà del conte – e senza possibilità di replica alcuna.

In questo senso, altri due elementi contribuiscono al fascino della pellicola.

Nicholas Hoult in una scena di Nosferatu (2024) di Robert Eggers

Il primo, è il senso di claustrofobia: proprio per la mancanza di controllo, Thomas Hutter sembra inevitabilmente imprigionato nell’ombra di Orlok, e vani sono tutti i suoi tentativi di ucciderlo e di fuggire, fino alla scelta disperata di buttarsi nell’oceano. 

A questo si aggiunge l’interessante paragone fra il vampiro e la peste, ben rappresentata dalla sfrenata corsa dei topi che scendono dalla nave e che si intrufolano in ogni angolo della città, portando con loro una malattia invisibile ed irrefrenabile.

Ma, davanti a queste scelte piuttosto convincenti, rimane per me un’amarezza di fondo.

Occasione

Come altri registi nascenti in ambito horror, fin da The Witch Eggers si è distinto nel portare un quid in più all’interno del genere.

Purtroppo, questo non è il caso di Nosferatu.

Proprio come il suo protagonista, anche Eggers sembra intrappolato all’interno dell’eredità di Murnau e del suo desiderio di omaggiarlo, senza riuscire così a portare una propria originale rilettura del film di partenza, limitandosi a confezionare un ottimo horror di atmosfere.

Lily Rose-Depp e Emma Corrin in una scena di Nosferatu (2024) di Robert Eggers

In questo senso, gli spunti si sprecano: il personaggio di Ellen da solo offriva il fianco a diverse riflessioni sulla liberazione sessuale, sulla considerazione degradante delle capacità mentali delle donne – nella appena citata isteria – che poteva dare un significato ben più interessante a tutte le scene di possessione.

Per questo per me Nosferatu è una buonissima prova registica di Eggers, ma che per brillare davvero come regista dovrebbe affidarsi ad una sua storia originale – o, almeno, ad una storia originalmente riproposta – senza vivere nell’ombra di nessun altro autore, per quanto importante.