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2024 Avventura Azione Drammatico Fantascienza Film Grottesco Horror Humor Nero Oscar 2025

The Substance – Poca sostanza

The Substance (2024) di Coralie Fargeat è un film horror vincitore della Miglior Sceneggiatura al Festival di Cannes 2024.

A fronte di un budget abbastanza contenuto – appena 17.5 milioni di dollari – è stato un ottimo successo commerciale: 76 milioni in tutto il mondo.

Candidature Oscar 2025 per The Substance (2024)

(in nero le vittorie)

Miglior film
Migliore regista
Miglior attrice protagonista per Demi Moore
Migliore sceneggiatura originale
Miglior sonoro
Miglior trucco e acconciatura

Di cosa parla The Substance?

Elisabeth Sparkle è una ex-star del cinema ormai caduta nel dimenticatoio. Ma forse un’altra occasione per ricominciare è possibile…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Substance?

Demi Moore in una scena di The Substance (2024) di Coralie Fargeat

Dipende.

Nel complesso The Substance è un buon film horror con un cast veramente azzeccato e in splendida forma, che riesce altrettanto bene ad essere un film denuncia della fragilità dello star system, grazie anche ad un ottimo uso del body horror.

Tuttavia sul finale la pellicola vanifica in parte gli sforzi fatti fino a quel momento e l’aspettativa creata nello spettatore, con diversi inciampi di scrittura e con una struttura tematica che finisce per diventare ridondante e estremamente prevedibile.

Però, andandoci con le giuste aspettative, può essere una visione piacevolissima.

Declino

Demi Moore in una scena di The Substance (2024) di Coralie Fargeat

Elizabeth è arrivata al capolinea.

Già il prologo racconta perfettamente il declino della sua carriera: la sfolgorante stella sulla Walk of Fame è prima oggetto di grande interesse dal pubblico, che però col tempo diventa progressivamente sempre più indifferente, calpestandola, insozzandola e rovinandola.

Allo stesso modo il racconto visivo del corridoio che dovrebbe mostrare la sua sfolgorante carriera televisiva si trasforma invece in una passerella della vergogna, del progressivo spegnersi della bellezza della protagonista, ultimo residuo di un’epoca ormai tramontata.

L’apice di questo drammatico climax è ovviamente l’involontario incontro con Harvey, personaggio raccontato dalla regia subito come repellente e chiassoso, elemento confermato anche dalla scena immediatamente successiva, in cui divora in maniera davvero disgustosa un piatto di crostacei…

…mentre liquida con indifferenza la protagonista, perché non ha più quel quid che le serve per essere interessante.

Ma non è finita qui.

Bozzolo

Elizabeth rinasce come da un bozzolo.

Particolarmente brillante il racconto del kit di The Substance, che non lascia nessun dubbio sul funzionamento della sostanza riuscendo così a costruire una solida mitologia, che tornerà molto utile nel prosieguo della pellicola.

E con la nascita del clone assistiamo alla prima prova di un body horror come non lo vedevamo da tanto tempo, indubbiamente debitore di classici del genere come La mosca (1986) e The Thing (1982), ma riuscendo ad essere assolutamente al passo con i tempi.

Demi Moore in una scena di The Substance (2024) di Coralie Fargeat

In questa fase particolarmente importante è stata la scelta di un cast così capace di mostrarsi nudo in scena con tutte le sue imperfezioni, creando un contrasto molto angosciante fra il corpo non più desiderabile di Elizabeth e la frizzante bellezza giovanile di Sue.

E allora è il momento di riprendersi il proprio posto.

Inizio

Margaret Qualley in una scena di The Substance (2024) di Coralie Fargeat

Elizabeth può cominciare da capo…

…un’altra vita infelice.

La protagonista infatti sembra del tutto incapace di accettare l’idea di allontanarsi da un mondo così ingiusto e rapace, pronto a nutrirsi fino all’osso delle star del momento, per poi liberarsene senza vergogna quando non fanno più notizia…

…ricominciando la propria scalata dallo stesso punto di trent’anni prima: un corridoio vuoto e pieno di promesse, in cui viene posta la prima pietra di un folgorante successo di pubblico, dopo che la carriera della vecchia sé è stati rimossa e dimenticata nel giro di un pomeriggio.

Demi Moore in una scena di The Substance (2024) di Coralie Fargeat

Ed è proprio davanti a questa sfolgorante occasione che Sue comincia sempre di più ad odiare la sua matrice, disprezzandola per essere così imperfetta, inadatta, non riuscendo più a vederci se stessa, ma solo un ingombrante ricordo da lasciarsi alle spalle.

E proprio in questa ottica Elizabeth comincia a divorarsi da sola, a succhiare tutto il possibile dalla sua matrice e prendendone sempre più il posto – con una parabola non dissimile dallo stesso comportamento che lo star system ha avuto nei suoi confronti.

E, proprio nell’ultimo atto, The Substance fallisce.

Corpo

Demi Moore in una scena di The Substance (2024) di Coralie Fargeat

Al centro di The Substance vi è il corpo.

Un corpo continuamente mostrato nella sua perfezione e imperfezione, nella sua bellezza e bruttezza, un corpo pronto a tradirci, a farci sfigurare, a farci desiderare da un mondo che pretende una perfezione eterna, pena una rovina repentina e irreprensibile.

E proprio del suo corpo, continuamente messo alla berlina, Elizabeth ha un disgusto sempre più crescente, tanto che le basta pochissimo per decidere di non farsi più vedere fuori casa in questo aspetto vergognoso, così lontano invece dalla sua nuova versione.

E proprio Sue è lo spettro che la perseguita, che odia per la sua avventatezza, ma di cui non può fare a meno…

…concetti chiarissimi, limpidi e spiegati senza bisogno di parola alcuna, che, per motivi incomprensibili, devono essere invece esplicitati proprio nel momento in cui Elizabeth accetta finalmente l’idea di liberarsi di quella odiosa copia…

…andando a vanificare un’ottima costruzione simbolica che funzionava benissimo da sola.

Ridondante

In questo senso, meglio funziona la sequenza successiva alla morte di Elizabeth, in cui Sue sceglie finalmente di liberarsi dal peso del suo passato per brillare finalmente come la star di un tempo

…finendo invece per essere perseguitata da un corpo che le si rivolta contro.

E purtroppo nel finale Coralie Fargeat sembra incapace di portare in scena qualcosa di effettivamente nuovo e interessante, di evadere o di arricchire il canovaccio classico e prevedibile su cui si è basata, puntando invece tutto su un body horror indubbiamente d’effetto…

Margaret Qualley in una scena di The Substance (2024) di Coralie Fargeat

…ma che sembra, infine, l’unico elemento di effettivo interesse di The Substance, a fronte di uno scioglimento veramente banale in ogni sua parte, dalla caccia a Frankenstein in chiave splatter fino al totale decomporsi del corpo di Elisabeth sopra la sua amata stella, per essere dimenticata il giorno dopo.

Ovvero, lo stesso identico concetto espresso all’inizio.

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80s A classic horror experience Avventura Film Grottesco Horror

Nightmare – Un orrore per gioco

Nightmare (1984) di Wes Craven, noto anche col titolo di Nightmare – Dal profondo della notte, è il capostipite della fortunatissima saga omonima.

A fronte di un budget abbastanza contenuto – 1.1 milioni di dollari, 3.3 oggi – è stato un enorme successo commerciale: 25 milioni in tutto il mondo – circa 75 oggi.

Di cosa parla Nightmare?

Tina Gray si risveglia da un brutto sogno in cui era inseguita da una misteriosa figura col volto ustionato. Ma è davvero solo un sogno?

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Nightmare?

Heather Langenkamp (Sandy) in una scena di Nightmare - Dal profondo della notte (1984) di Wes Craven

Assolutamente sì.

Già prima di rivoluzionare il cinema horror con Scream (1996), Wes Craven si dimostrava una voce fuori dal coro all’interno di un genere purtroppo destinato all’inevitabile saturazione.

Uno slasher che non vuole esserlo, che si spoglia di tutta la drammaticità tipica del genere e rimescola le carte in tavola, impreziosito da un humour grottesco davvero irresistibile – e, per questo, diverso da quanto visto finora.

Insomma, non ve lo potete perdere.

Visione

Robert Englund (Freddy Krueger) in una scena di Nightmare - Dal profondo della notte (1984) di Wes Craven

Nessuno crede ai protagonisti…

…nemmeno loro stessi.

In un incipit per certi versi simile a Non aprite quella porta (1974), Freddy Krueger prepara le sue terribili armi e si mette all’inseguimento di Tina, mostrando fin da subito il suo fare giocoso, quasi surreale…

…che si distacca del tutto dal grande gioco delle soggettive di Halloween (1978) e di Venerdì 13 (1980) – e di Psycho (1960) a suo tempo.

Heather Langenkamp (Sandy) in una scena di Nightmare - Dal profondo della notte (1984) di Wes Craven

Un nemico fin da subito visibile, che non cerca in alcun modo di nascondere il suo mostruoso aspetto né le sue intenzioni omicide, vincendo proprio grazie all’incredulità dei personaggi, che ne negano l’esistenza praticamente fino alla fine. 

E proprio la sua natura onirica offre il fianco a sperimentazioni davvero sorprendenti.

Morte

Robert Englund (Freddy Krueger) in una scena di Nightmare - Dal profondo della notte (1984) di Wes Craven

Un elemento piuttosto tipico del genere slasher è la passerella della morte.

Un sequenza immancabile di omicidi di tutti i personaggi della pellicola, fino alla final girl, ma che già in Venerdì 13 mostrava la sua limitatezza in sperimentazioni non particolarmente brillanti, e che rischiavano già di diventare ripetitive…

…ma che avranno maggior fortuna artistica proprio grazie a Wes Craven negli Anni Novanta.

Ma già in Nightmare il regista dimostrava la sua particolare inventiva.

Vivendo come personaggio fra due mondi – reale e onirico – Krueger non si limita a squarciare le membra delle sue vittime, ma, piuttosto, se ne inventa sempre una nuova: farli sprofondare nel letto che diventa la loro tomba, affogarli in una vasca, farli volteggiare sulle pareti…

…e, la mia preferita, farli crollare in un pozzo di sangue.

Attiva

Heather Langenkamp (Sandy) in una scena di Nightmare - Dal profondo della notte (1984) di Wes Craven

Sally è una final girl piuttosto particolare.

Solitamente questo tipo di personaggio, soprattutto nelle prime fasi del genere, doveva essere molto vicino allo spettatore: posseduta da un terrore indicibile davanti al killer di turno, ma abbastanza intelligente da reagire, pur spesso in maniera ben poco programmatica.

Un fulgido esempio è sicuramente Laurie in Halloween.

Heather Langenkamp (Sandy) in una scena di Nightmare - Dal profondo della notte (1984) di Wes Craven

Al contrario, la scream queen di Nightmare è un personaggio incredibilmente attivo, la prima che comprende la vera natura del suo nemico e che cerca di coinvolgere gli altri nel suo piano per strapparlo dal mondo dell’incubo, e, così, sconfiggerlo.

Tuttavia rimane comunque un personaggio con i piedi per terra per la totale e continua fallibilità del suo piano, particolarmente nel finale…

Inception?

Robert Englund (Freddy Krueger) in una scena di Nightmare - Dal profondo della notte (1984) di Wes Craven

Nightmare è tipico e atipico insieme.

Una tendenza del genere che non si risparmia è il finale sostanzialmente aperto, in cui il nemico non è veramente sconfitto, aprendo le porte ad una sequela infinita di sequel potenziali per una storia ancora tutta da raccontare.

Allo stesso modo, non manca anche l’antefatto che definisce la natura del killer, pur in questo caso facendo sembrare questo film quasi il sequel di uno slasher con protagonista la madre di Sandy, Marge.

Ma la particolarità del film sta proprio nel suo finale.

Sandy diventa una sorta di Alice nel paese delle meraviglie: come la protagonista di Carroll si lasciava alle spalle il mondo onirico chiosando Siete solo un mazzo di carte, allo stesso modo la final girl di Craven volta le spalle a Krueger, togliendoli importanza e così, almeno apparentemente, vincendo su di lui.

In realtà, quasi come il finale di Inception (2011), la protagonista crede solo di essere nel mondo reale, ma invece sembra essere intrappolata in una nuova versione dell’incubo, in cui la macchina brandizzata di Krueger la trascina via sotto gli occhi di una Marge apparentemente ignara, che viene afferrata alle spalle…

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Commedia nera Dramma romantico Drammatico Film Grottesco

Sick of myself – Il narcisismo distruttivo

Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli è una commedia nera norvegese.

A fronte di un budget sconosciuto – ma probabilmente molto basso – ha incassato appena 1,1 milioni di dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Sick of myself?

Signe e Thomas sono una coppia di egocentrici che si divorano a vicenda per un pugno di attenzioni. Ma la ragazza è disposta a molto di più…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Sick of myself?

Kristine Kujath Thorp (Signe) con il cane in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

In generale, sì.

Per quanto abbia molto apprezzato questa commedia nerissima, mi rendo anche conto che non sia un’opera per tutti: nonostante nel complesso le scene non siano fisicamente troppo disturbanti, a livello psicologico la pellicola può essere veramente devastante.

Ma se sguazzate in opere di questo tipo – come Triangle of sadness (2022) – probabilmente vi piacerà moltissimo: senza mai sbilanciarsi nei toni, Sick of myself dipinge un quadro devastante quanto irresistibile di una donna vittima del suo narcisismo distruttivo.

Insomma, ve lo consiglio.

Divorarsi

Kristine Kujath Thorp (Signe) e Anders Danielsen Lie (Thomas) in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

Il rapporto fra Signe e Thomas è definito immediatamente.

Il ragazzo si sente un grande artista che sta solo cercando un riconoscimento del tutto dovuto, divorato dal suo narcisismo, che lo porta costantemente a ridurre l’importanza di Signe con la sua presenza ingombrante – rappresentata dalle infinite sedie che affollano la casa.

Questa dinamica è ben raccontata da un episodio che non sembra più che una sciocchezza – il goliardico furto del vino dal ristorante – di cui Signe diventa complice solamente a patto che il racconto di questa impresa venga modellato a suo favore.

Invece, il fidanzato la sorprende togliendola bruscamente di scena.

Kristine Kujath Thorp (Signe) e Anders Danielsen Lie (Thomas) in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

E, proprio davanti al protagonismo di Thomas, la ragazza cerca di vendicarsi.

Durante un momento fondamentale per la carriera del suo fidanzato – la prestigiosa mostra – la protagonista sceglie di rubargli totalmente la scena, fingendo di avere un attacco allergico per attirare tutta l’attenzione su di sé, facendo proprio leva sull’empatia delle altre persone.

Ma il trigger è ancora più interessante.

Scenario

Kristine Kujath Thorp (Signe) coperta di sangue in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

Per quanto probabilmente Signe sia sempre stata una narcisista, vi è un momento fondamentale che la fa scattare.

L’ingresso improvviso della donna con il collo azzannato, che gronda sangue e che le si butta fra le braccia, permette alla protagonista di diventare l’eroina della situazione, soprattutto a posteriori, quando riscrive il suo ruolo come unica salvatrice davanti all’indifferenza generale.

Kristine Kujath Thorp (Signe) selfie in ospedale in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

In questa situazione una qualunque altra persona si sarebbe presto spogliata – fisicamente quanto mentalmente – di quel trauma, non volendo attirare inutile attenzione verso sé stessa – quantomeno lavandosi il viso dal sangue.

Invece, proprio questa occasione è lo spunto per Signe per continuare a tenere fissi tutti gli occhi su di sé – di Thomas quanto dei suoi amici – anche e soprattutto inventando un trauma più profondo – la possibilità che il sangue sia in parte suo – per diventare in tutto e per tutto una vittima.

Ma non basta.

Controllato

Kristine Kujath Thorp (Signe) in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

Signe desidera solo una tragedia controllata.

Per questo, diventata avida di nuove attenzioni, ingerisce una quantità spropositata del pericolosissimo farmaco russo, con il preciso intento di finire nello sfondo perfetto per la sua tragedia – l’ospedale – ma senza mettere eccessivamente a rischio la sua salute.

Infatti, tutti i sogni ad occhi aperti di Signe non comprendono mai un aggravarsi della sua malattia, ma piuttosto che la stessa diventi il punto di partenza per diventare sempre più importante e desiderata, sempre più al centro dell’attenzione di tutti – in particolare di Thomas.

Kristine Kujath Thorp (Signe) e Anders Danielsen Lie (Thomas) in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

Infatti, nel mirino delle sue fantasie vi è sempre una sorta di rivalsa, di mania del controllo.

Uno dei principali obbiettivi è anzitutto il padre assente, che in più di un’occasione Signe sogna che abbia quello che si merita: essere escluso dal funerale della sua stessa figlia quanto doversi scusare in diretta TV per essere stato un genitore inadeguato.

Ma il grande protagonista della rivalsa di Signe è Thomas: ormai incredibilmente dimentico del suo egocentrismo, il ragazzo nei sogni della sua fidanzata diventa finalmente un compagno premuroso e devoto, che anzi si prostra ai piedi di Signe per chiederle di diventare la sua musa.

Ingombrante

Anders Danielsen Lie (Thomas) in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

Anche se in maniera diversa, Thomas è egocentrico tanto quanto Signe.

La sua presenza è estremamente ingombrante, soprattutto nelle situazioni di difficoltà di Signe, che, pure se costruite ad arte dalla ragazza stessa, svelano ora una costante indifferenza – anche ricercata – nei confronti della sua fidanzata…

…ora un tentativo piuttosto disturbante di intrufolare il suo importante ego nei momenti che dovrebbero riguardare solamente Signe – come quanto porta la rivista con la sua intervista esclusiva mentre la ragazza è nel letto di ospedale.

Kristine Kujath Thorp (Signe) coperta di bende in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

Ma, ancora di più, l’ego di Thomas si manifesta quando Signe sembra avere successo.

Nei vari momenti delle interviste, il ragazzo è costantemente interessato a come la neo-acquisita notorietà della fidanzata possa mettere potenzialmente in ombra la sua, anche in maniera veramente assurda – l’improbabile collegamento fra lo sfondo della sua intervista con quella di Signe.

Eppure, paradossalmente, Thomas rimane infine il suo unico alleato: quando gli amici si permettono di non essere entusiasti della sua nuova carriera, il ragazzo li scaccia e si conferma così come unica persona su cui Signe può veramente contare.

Rifugio

Kristine Kujath Thorp (Signe) con la faccia attaccata al tavolo in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

Nella realtà, il successo non arriva mai.

In particolare, la sua scalata è ostacolata dagli effetti indesiderati dei farmaci, che Signe cerca di nascondere in maniera sempre più assurda, stressando il suo organismo al punto da crollare su sé stessa durante il suo momento di gloria – ancora una volta, creato ad arte.

Infine, Signe rimane sola.

Kristine Kujath Thorp (Signe) in una scena di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

Thomas viene arrestato, la casa si svuota, persino la sua amica giornalista non reagisce come Signe avrebbe sognato: non diventa sua alleata nel suo rilancio volto a raccontarsi nuovamente come la grande vittima della situazione, ma, al contrario, la abbandona definitivamente.

E, infine, cosa rimane?

Kristine Kujath Thorp (Signe) nella scena finale di Sick of myself (2022) di Kristoffer Borgli

L’ultimo rifugio di Signe è la stramba quanto deleteria comunità di cura olistica – che in prima battuta è forse persino la causa del suo decadimento fisico – in cui si era persino trovata in difficoltà davanti alle accuse di un’altra paziente sull’effettiva validità della sua presunta malattia.

Ma proprio queste parole di accusa sono infine riproposte per dare una maggiore importanza alla sua condizione, così da vivere potenzialmente per sempre immersa in questa oasi pacifica in cui può godersi la validazione che aveva sempre sognato.

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L’isola dei cani – Una favola sanguinosa

L’isola dei cani (2018) è la seconda avventura animata in stop-motion di Wes Anderson, dopo l’ottimo Fantastic Mr. Fox (2009).

A fronte di un budget abbastanza contenuto – 35 milioni di dollari – fu un discreto flop commerciale, con appena 64 milioni di incasso.

Di cosa parla L’isola dei cani?

Giappone, 1938. A fronte di un’epidemia di influenza canina, il perfido sindaco di Megasaki ordina di mettere tutti i cani in quarantena su un’isola di rifiuti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere L’isola dei cani?

Chief e gli altri cani in una scena di L'isola dei cani (2018) di Wes Anderson

Assolutamente sì.

Dopo aver ampiamente apprezzato Fantastic Mr. Fox, ero sicura che avrei altrettanto gradito la visione del delizioso L’isola dei cani, in cui si trova tutto il meglio dello stile e della filmografia di Wes Anderson: una storia che gioca fra la favola e il grottesco…

…in una sorta di thriller politico impreziosito da splendide scelte estetiche e di scrittura, per un film incredibilmente trasversale, che raggiunge il pubblico più giovane per la dinamica favolistica, ma che riesce anche ad incontrare un’audience più adulta.

Insomma, da non perdere.

Guerra

Il sindaco in una scena di L'isola dei cani (2018) di Wes Anderson

L’incipit de L’isola dei cani è uno dei miei momenti preferiti.

Riprendendo la tradizione nipponica della divisione in ere, si racconta una storia dal sapore quasi eroico, che funge sia da prologo, sia in qualche modo da foreshadowing della vicenda stessa – il piccolo samurai è sostanzialmente Atari, e così tutta la situazione di conflitto del passato è assai simile alle vicende raccontate dalla pellicola.

Tuttavia, il presente non è più consolante.

Anche se non è subito esplicitamente detto, appare chiaro come l’influenza canina non sia altro che una pallida scusa per liberarsi della tanto odiata popolazione canina, cominciando proprio colpendo al cuore del sindaco – e, come scopriremo poi, del suo figlio adottivo – esiliando il povero Spots.

Selvaggio

Chief in una scena di L'isola dei cani (2018) di Wes Anderson

L’isola dei cani è un luogo selvaggio.

E Chief si sente a casa.

Fin da subito il protagonista respinge ogni tipo di contatto con l’umano invasore, ponendosi in una posizione di distanza dagli altri cani, accomunato da un’origine più o meno borghese, da un padrone a cui sentono di appartenere e da cui vorrebbero tornare…

Chief e gli altri cani in una scena di L'isola dei cani (2018) di Wes Anderson

…mentre Chief si è lasciato definire dal quel mondo che l’ha schiacciato ed isolato, rivendicano quella vergogna sociale – essere un randagio senza padrone – come invece un motivo di vanto, nonostante la grande tristezza che accompagna il doloroso racconto del suo passato.

Per questo, il viaggio con Atari è il suo più grande ostacolo.

Equilibrio

In L’isola dei cani Wes Anderson è (ancora) in stato di grazia.

Questa pellicola rappresenta dal mio punto di vista l’ultimo momento prima di una caduta di stile nella totale autoreferenzialità nei successivi The French Dispatch (2021) e Asteroid city (2023), in cui ancora Anderson riesce a giocare molto bene fra i due poli opposti della sua estetica.

Da una parte, un’estetica ricca e minuziosa, basata su una perfetta simmetria e su tinte pastello, che accompagnano anche un taglio narrativo che per la maggior parte abbraccia toni favolistici ed idilliaci…

… dall’altra, inserti più dark, che spaziano dal grottesco al crudo realismo – come la gabbia con dentro le ossa del presunto Spots – fino all’effettivo thriller politico con tinte quasi hitchcockiane.

Un equilibrio, insomma, che ricorda molto da vicino l’appena precedente Grand Budapest Hotel (2016).

Rinascita 

Chief e Atari in una scena di L'isola dei cani (2018) di Wes Anderson

La rinascita di Chief, paradossalmente, passa per Atari.

Diventati improvvisamente compagni di viaggio, inizialmente il protagonista si dimostra piuttosto ostile all’idea di accompagnare questo giovane ragazzo – come d’altronde prima si era persino rifiutato di lasciarsi medicare da lui.

Così ne segue un apparente distacco definitivo…

Chief  pulito in una scena di L'isola dei cani (2018) di Wes Anderson

…che si conclude invece positivamente ad un ritorno di Chief sui suoi passi, lasciandosi progressivamente sempre più adottare da Atari, il cui rapporto raggiunge il suo apice grazie al bagnetto: un momento che sembra solo un piccolo quadretto intimo fra i due…

…ma che in realtà definisce la rinascita del protagonista: proprio come Richie in The Royal Tenenbaums (2001), anche Chief, liberandosi della sporcizia che l’aveva definito come un aggressivo randagio, si riscopre in una nuova veste.

Lieto fine

Il finale de L’isola dei cani è un altro esempio di ottimo equilibrio.

Tutta la dinamica politica alterna toni molto diversi: da una parte è effettivamente una storia piuttosto sanguinosa, in cui una sorta di governo ombra sceglie da dietro le quinte le sorti del Giappone e, soprattutto, della sua popolazione canina. 

Per questo non mancano tutti gli elementi tipici di un thriller fantascientifico: un’epidemia controllata, un’isola prigione, nemici politici misteriosamente tolti di scena per degli apparenti suicidi inspiegabili…

Eppure, tutta la vicenda è veramente a misura di bambino: accogliendo dei toni propri del cinema per ragazzi, la pellicola racconta la tipica storia di un gruppo di giovanissimi che comprende la vera portata della macchinazione in atto prima degli adulti stessi.

Proprio per questo il finale è quasi un lieto fine, in cui i ragazzini che tanto adorano i loro cani si sostituiscono ai più aspri adulti che li volevano eliminare, creando delle leggi anche fin troppo dure per punire chiunque si permetta di mettere le mani sui loro amati compagni di vita.

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2024 Avventura Commedia nera Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Fantastico Film Giallo Grottesco Humor Nero La musa Nuove Uscite Film Surreale Yorgos Lanthimos

Kinds of Kindness – Le maschere della dipendenza

Kinds of Kindness (2024) è una raccolta di mediometraggi ad opera di Yorgos Lanthimos, uscita a poca distanza da Poor Things (2023).

Di cosa parla Kinds of Kindness?

Attraverso tre storie con un terzetto di attori che si scambiano di ruolo, il regista porta in scena storie di dipendenza emotiva: un uomo che cerca la sua indipendenza, una crisi matrimoniale piuttosto carnale e una donna bloccata fra due ossessioni.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Kinds of Kindness?

Assolutamente sì.

Mi permetto di sbilanciarmi nel consigliarvelo, perché Kinds of Kindness rappresenta tutto quello che avrei voluto vedere da Lanthimos dai tempi de La Favorita (2018): una commedia grottesca che porta in scena storie surreali ma, al contempo, verosimili.

Proprio per questo, se vi aspettate qualcosa di simile a Poor Things, ne rimarrete assai delusi: il regista greco torna sotto la direzione del suo sceneggiatore storico per lanciare – dopo tanto tempo – una zampata provocatoria che ricorda molto lo splendido Alps (2011).

Insomma, arrivare preparati.

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Avventura Commedia Disney Dramma familiare Dramma romantico Drammatico Film Grottesco L'età dell'oro

Lilli e il vagabondo – I terribili cani borghesi

Lilli e il vagabondo (1955) di registi vari è il quindicesimo Classico Disney e il primo uscito sotto la Buena Vista Distribution.

A fronte di un budget di 4 milioni di dollari, fu il più grande incasso per la Disney dai tempi di Biancaneve e i sette nani (1937), con 6.5 milioni di dollari al botteghino.

Di cosa parla Lilli e il vagabondo?

Inghilterra, 1909. Lilli è una cocker amata e coccolata dalla sua famiglia. Ma sta per arrivare un intruso nella sua vita…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Lilli e il vagabondo?

In generale, sì.

Lilli e il vagabondo non è il più indimenticabile prodotto della Disney di questo periodo, ma è comunque una visione piuttosto piacevole, rimasta nella memoria degli spettatori per diverse scene iconiche –  di cui una piuttosto inquietante…

I suoi più importanti difetti sono rappresentati da una trama che funziona più ad episodi, con dei collegamenti fra i diversi momenti del film non sempre centrati e del tutto credibili, ma che possono nel complesso essere perdonati.

Lilli e il vagabondo Produzione

La storia di Lilli e il vagabondo fu ispirata ad una dinamica reale.

Già nel 1937 Joe Grant propose una prima idea della storia, facendo riferimento a come la sua cocker fosse stata messa da parte con l’arrivo del figlio, e negli anni sviluppò diverse idee e concept…

…ma nessuna che soddisfò Walt Disney.

Il fondatore della casa di Topolino era infatti scettico proprio sulla protagonista e sulla sua storia, troppo poco intrigante e con poca azione.

L’idea vincente arrivò all’inizio degli Anni Quaranta, quando Disney lesse su un quotidiano la breve storia Happy Dan, The Whistling Dog e propose a Grant di inserire il personaggio di Biagio.

Il lavoro continuò anche dopo l’abbandono di Grant dello studio, ma la pellicola prese forma solamente nel 1953, sulla base degli storyboard di Grant e sul racconto sopra citato.

Uno dei cambiamenti più significativi – o potenziali tali – fu la scena iconica degli spaghetti: Walt Disney era deciso fino all’ultimo a tagliarla, considerandola troppo sciocca e poco efficace.

Ma uno degli animatori, Frank Thomas, era talmente convinto di volerla inserire che la animò senza sceneggiatura, riuscendo a stupire Walt Disney che infine si convinse a mantenerla all’interno della pellicola.

Lilli e il vagabondo fu anche il primo film Disney girato col Cinemascope, quindi con un taglio dello schermo più ampio.

Questo cambiamento pose diversi problemi agli animatori, che potevano contare meno sui primi piani e avevano problemi a rendere i personaggi dominanti in una scena che altrimenti sarebbe apparsa piuttosto vuota.

Quadretto

La pellicola si apre con un quadretto familiare agrodolce.

L’arrivo di Lilli nella nuova casa è definito da un primo tentativo dei suoi padroni di addomesticarla, costringendo la cucciola a dormire nella cuccia in fondo alle scale che è stata preparata apposta per lei, con una dinamica che mi ha davvero stretto il cuore...

Ma questo è solo il primo passo della conquista di Lilli del cuore dei suoi genitori.

Come ogni bravo cane domestico, fin dal suo risveglio Lilli definisce lo spazio della casa e lo protegge, fungendo da sveglia forzata per i suoi padroni, doppiato il giardino e scacciando gli intrusi, per poi tornare con il giornale fresco di giornata in bocca.

E questa simpatica gag del quotidiano stracciato in realtà rivela molto di più: la presenza di Lilli ha illuminato la vita della famiglia, spogliandola di molte preoccupazioni e riuscendo finalmente a comporre un quadro famigliare appagante e genuinamente felice…

…ma è davvero così?

Seme

Biagio è, nel suo simpatico modo, un sobillatore.

La pellicola ci regala una breve introduzione del suo personaggio, uno spirito libero che nessuno è riuscito ad ingabbiare, che si rifiuta di far parte di una sola famiglia, ma di averne una per ogni giorno della settimana, arrivando non poco sottilmente a disprezzare l’alternativa.

E l’alternativa è proprio Lilli.

Il randagio si intrufola nella vita della protagonista nel momento di maggiore fragilità, dando voce e concretezza ai suoi dubbi e perplessità: un figlio in arrivo, per cui verrà inevitabilmente messa da parte e ridotta a mera presenza in una fredda cuccia nel giardino.

Questa inquietudine viene in prima battuta sventata dall’effettivo comportamento dei genitori, solo all’inizio piuttosto irrazionali nei loro comportamenti, ma che infine riescono infine a includere Lilli nella nuova realtà familiare senza troppi problemi.

Ma è una calma apparente…

Intruso

Per quanto iconico, lo snodo narrativo della zia Sara mi ha poco convinto.

La famiglia di Lilli abbandona su due piedi cane e figlio e li lascia alle cure di questa donna velenosa e piena di pregiudizi nei confronti dei cani, che si introduce in casa con una nuova minaccia nel taschino.

Così il siparietto inquietantissimo dei gatti siamesi che fanno a pezzi la casa e fanno ricadere la colpa su Lilli è evidentemente un meccanismo della trama per spingere definitivamente la protagonista nelle zampe di Biagio.

Tuttavia, la parte centrale è anche la più piacevole.

Nel loro scorrazzare, Biagio e Lilli prendono diverse vesti: rubagalline, venditori improvvisati e infine una coppia di innamorati nell’indimenticabile scena della pasta da Tony, una breve parentesi romantica prima del picco drammatico della pellicola.

Borghese

Il finale mi convince a tratti.

Mi hanno leggermente tediato le dinamiche del risentimento di Lilli nei confronti di Biagio, che si rifiuta di essere solamente la sua prossima conquista, e che già cerca di condurlo verso un suo snaturamento, da cane di strada a docile animale domestico.

Al contrario, piuttosto avvincente ed incalzante la scena del diabolico ratto che insidia la casa ed il bambino, e che permette alla coppia di rafforzare la fiducia nei confronti di Lilli, e infine di accogliere il randagio come nuovo membro della famiglia.

E proprio questa chiusura soffre di un taglio netto e sbrigativo.

Biagio ha presenta un cambio di carattere e di vita senza che venga mostrato alcun tipo di rimpianto, alcuna effettiva motivazione, se non l’affetto nei confronti di Lilli, che comunque non è abbastanza esplorato per giustificare questo cambiamento.

Eppure, questo finale che oggi fa sorridere, probabilmente per il pubblico degli Anni Cinquanta era la conclusione perfetta: un personaggio un po’ scapestrato, una mina vagante, che finalmente metteva la testa a posto e diventava un padre di famiglia squisitamente borghese.

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Il sacrificio del cervo sacro – Un pretenzioso rituale

Il sacrificio del cervo sacro (2017) è la seconda collaborazione di Yorgos Lanthimos con Colin Farrell, nonché il suo secondo film hollywoodiano dopo The Lobster (2015).

A fronte di un budget di 3 milioni di dollari, è stato nel complesso un buon successo commerciale, con 10 milioni di incasso.

Di cosa parla Il sacrificio del cervo sacro?

Steven Murphy è uno stimato cardiologo con una famiglia apparentemente felice. Ma nasconde un importante segreto…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Il sacrificio del cervo sacro?

Nicole Kidman e Colin Farell in una scena di Il sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos

Dipende.

Purtroppo ho veramente poco apprezzato questa pellicola: mi è sembrata così piena di idee interessanti, ma al contempo davvero così poco efficace nel realizzarle, non riuscendo sostanzialmente mai a raccontare in maniera credibile i personaggi e le loro dinamiche.

Una situazione che ho trovato a tratti esasperante, nello specifico nei momenti in cui sembrava che Lanthimos volesse stupire lo spettatore, più che riuscire a creare delle scene che riuscissero a suscitare dei sentimenti sinceri e naturali nello stesso.

Peccato.

Tensione

Colin Farell in una scena di Il sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos

Le dinamiche del primo atto sono quelle che ho trovato più pretenziose.

Per lunghi tratti Lanthimos cerca di costruire un certo tipo di tensione ed inquietudine, con alcuni trucchi registici purtroppo necessari: dalla musica lugubre e tesa, fino ai personaggi che parlano senza che si senta la loro voce, tutto serve a creare un’inquietudine di fondo che altrimenti da sola la messinscena non riuscirebbe a sostenere.

E in effetti molti elementi che avrebbero potuto nutrire meglio la scena e renderla più viva e credibile sono del tutto mancanti: mancando l’antefatto, mancando la costruzione del rapporto e la sua esasperazione, lo spettatore viene catapultato nell’atto finale di un rapporto ormai sviluppato.

E per questo il colpo di scena è poco funzionale.

Disturbo

Nicole Kidman in una scena di Il sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos

Più che un effettivo plot twist, è come se Martin dovesse raccontare in che direzione deve andare la trama.

Ed è veramente un peccato.

L’idea centrale della trama poteva essere davvero interessante, e in generale l’atto centrale è quello che funziona meglio e senza troppe sbavature, grazie proprio all’unico personaggio che effettivamente riesce a rendersi sufficientemente tridimensionale.

Infatti il protagonista è l’unico che sembra avere delle reazioni credibili, al contrario degli altri personaggi – compreso il personaggio di Barry Keogan – che sembrano davvero delle banderuole che si piegano ogni volta alle necessità della trama.

Dio

Barry Keogan in una scena di Il sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos

Martin è un dio?

A differenza del resto della produzione di Lanthimos, in questo caso è presente un elemento fantastico che dovrebbe reggere l’intera trama, e che evidentemente Lanthimos non voleva spiegare, e che proprio per questo risulta così poco funzionante nell’economia narrativa.

Barry Keogan in una scena di Il sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos

Di fatto non sarebbe stato effettivamente necessario raccontare come fosse possibile che Martin potesse piegare gli eventi a suo favore, ma sarebbe bastato costruire un minimo il perché fosse capace di tali atti – mentre così ne risulta una voragine narrativa che azzoppa la storia.

Oltretutto la presenza di questo personaggio è terribilmente scostante, e anche in questo senso si sarebbe potuto fare molto di più per mostrare un personaggio che osserva dall’esterno gli avvenimenti, e che ricorda costantemente al protagonista la minaccia che sta vivendo.

Estetica

Raffey Cassidy in una scena di Il sacrificio del cervo sacro (2017) di Yorgos Lanthimos

I personaggi tuttavia peggio caratterizzati sono i figli.

In questo senso nel terzo atto il film vive di un taglio grottesco molto fine a sé stesso, in cui i personaggi si muovono a carponi per finalità puramente estetiche, con una dinamica che si inserisce proprio all’interno dei loro comportamenti funzionali solo alla trama e alla volontà di stupire lo spettatore.

Così queste figure sono a tratti disperate, arrivando a pregare il padre di non ucciderli, ora sembrano invece immersi in un sogno, in particolare Kim, che ora sembra succube di Martin, ora sembra sicura di non essere uccisa, ma che infine arriva nuovamente a pregare il padre di risparmiarla.

Così questi personaggi occupano fin troppo la scena e tolgono invece respiro all’evoluzione del dilemma morale di Steven, che si riduce infine ad una sorta di roulette russa per evitare che la sua famiglia venga sterminata, con una chiusura che non racconta di fatto nulla sulle conseguenze della sua scelta…

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The Lobster – Un’occasione sprecata?

The Lobster (2015) è la prima avventura hollywoodiana di Yorgos Lanthimos, nonché la prima collaborazione con Colin Farrell, che fu protagonista anche per il successivo Il sacrificio del cervo sacro (2017).

A fronte di un budget di appena 4 milioni di dollari, fu nel complesso un ottimo successo commerciale, con 18 milioni di incasso.

Di cosa parla The Lobster?

In un mondo immaginario, le persone possono esistere solo all’interno di una coppia. Altrimenti vengono trasformati in animali.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere The Lobster?

In generale, sì.

The Lobster è il film che mi ha fatto approcciare e – almeno inizialmente – innamorare della filmografia di Lanthimos.

Tuttavia, ad una nuova visione ad anni di distanza, e dopo aver visto altro di sua produzione, non mi ha lasciato con un buon sapore in bocca: a fronte di una prima parte che regala riflessione piuttosto graffiante e ancora attualissima, ne segue una seconda parte molto fine a sé stessa e, per me, davvero poco stimolante.

Peccato.

Sistematico

In The Lobster vita di coppia non è una possibilità, ma un’imposizione.

La vita all’interno dell’hotel dei cuori solitari viene scandita ora da momenti di socialità forzata e innaturale, ora dalla totale mancanza di identità: ogni persona è costretta ad una divisa anonima per permettere a tutti di avere le stesse possibilità…

Ancora più grottesco l’atto della stimolazione interrotta, che rende gli ospiti schiavi non solo delle ansie e delle preoccupazioni sul proprio destino, ma sostanzialmente dei frustrati sessuali, che ricercano la vita di coppia più per necessità che per un effettivo desiderio.

Ma l’alternativa è davvero migliore?

Compromesso

La ricerca del partner si tramuta facilmente in disperazione.

L’alloggio all’hotel è in sostanza un test per mettere alla prova la capacità dell’individuo di trovare un suo posto nel sociale.

Infatti, ci sono solo due strade: riuscire a trovare in pochissimo tempo la persona con cui passare la vita, oppure rendersi utile nel tranciare i rami secchi della società, e così ottenere un tempo maggiore per affermarsi dal punto di vista relazionale.

Altrimenti, non resta che arrendersi al labile compromesso.

Che sia passare la vita a prendere testate o diventare persone ciniche e senza cuore, tutti i mezzi sono validi per creare la presunta nuova coppia perfetta da invidiare, che cela abilmente i suoi contrasti interni, magari cercando di colmare i vuoti con i figli…

Perché, al di fuori delle relazioni, si perde l’umanità.

Animale

Una persona che vive senza amore non merita di essere umana.

L’individuo viene schiacciato, gli viene tolta la parola e viene escluso dalla società umana, costretto a vivere il resto della sua esistenza come un animale a sua scelta, con la labile ma essenziale possibilità di realizzarsi sessualmente nella sua seconda vita.

L’aspetto animalesco si trasla anche nel trattamento dei loners, che effettivamente vengono trattati come degli animali da riportare dentro il recinto, per poi essere puniti neanche con una morte semplice e dignitosa, ma piuttosto con la definitiva trasformazione in bestie.

Ma è così diverso dal reale?

Reale

Per certi versi, il mondo di The Lobster è un’esasperazione di secoli di storia umana.

Anche se col tempo ci stiamo avvicinando ad una maggiore consapevolezza sul tema, siamo ancora del tutto immersi nell’eredità di secoli di imposizioni sociali e fiumi di inchiostro che hanno messo in luce l’assoluta necessità della vita di coppia.

E, anche se non abbiamo un’organizzazione così sistematica, nondimeno la società in cui viviamo ci spinge a pensare di essere incompleti senza un’altra persona accanto, offrendoci anche un breve tempo per riuscire a trovare una sistemazione, finendo altrimenti per subire la vergogna sociale.

Infatti è ancora oggi piuttosto normale stigmatizzare persone che non sono all’interno di una relazione, continuamente additate come individui sfortunati e infelici, andando invece a premiare la formazione di nuove coppie – a prescindere se siano sane o meno.

E perché non portare questo ragionamento fino in fondo?

Spreco

Della seconda parte del film non so davvero cosa farmene.

Arrivati a metà pellicola, c’era ancora diverso margine per approfondire anche in maniera più drammatica e grottesca le implicazioni di questo mondo più o meno surreale, per mettere un punto a questa importante esasperazione e lasciarci con una riflessione di un certo spessore.

E invece Lanthimos ha preferito chiudere il film con una storia d’amore molto fine a sé stessa, giusto per completare l’esplorazione del mondo che ha creato, mostrandone l’altra faccia – quella dei single per forza – con una chiusura aperta che mi ha lasciato estremamente indifferente…

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Alps – Un lugubre role play

Alps (2011) è uno dei primi film di Yorgos Lanthimos, che tornò con una nuova provocazione che fece innamorare Venezia, guadagnandosi il Premio Osella per la migliore sceneggiatura.

A fronte di un budget sconosciuto, ma sicuramente molto basso, incassò 233 mila dollari in tutto il mondo.

Di cosa parla Alps?

Un gruppetto di individui con professioni e interessi diversi, si riunisce in una sorta di associazione segreta con un obbiettivo comune: sostituire i morti.

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Alps?

Angeliki Papoulia in una scena di Alps (2011) di Yorgos Lanthimos

Assolutamente sì.

Nonostante abbia delle dinamiche e delle tematiche comuni, Alps si differenza dal precedente Dogtooth (2009) per una provocazione che personalmente mi ha tenute più sulle spine – soprattutto perché, non conoscendo la trama, ci ho messo di più a capirne i contorni.

E questo è anche il tipo di Lanthimos che apprezzo di più: film più piccoli, più prima maniera, più ingenuamente provocatori che già facevano impazzire i festival, quando il regista greco era ben lontano dal farsi un nome ad Hollywood.

Nostalgia canaglia.

Alps

Johnny Vekrīs e Arīs Servetalīs in una scena di Alps (2011) di Yorgos Lanthimos

Il titolo è già di per sé eloquente.

Come spiega Monte Bianco, questo particolare nome per il gruppo ne definisce la sua natura di segretezza – è impossibile capire cosa rappresenti – ma al contempo cerca di elevare i suoi membri ad un livello superiore rispetto alle persone di cui vanno a prendere il posto.

Secondo questa logica infatti i defunti e le loro dinamiche relazionali sono del tutto sostituibili, nonostante i protagonisti siano in realtà capaci di portare in vita solo dei ridicoli teatrini, che dimostrano invece l’esatto contrario: nessuna messinscena potrà mai compensare il vuoto di una persona morta.

E in questo si trova il cardine del loro dramma.

Vuoto

Angeliki Papoulia in una scena di Alps (2011) di Yorgos Lanthimos

Per quanto i protagonisti si vogliano raccontare come degli scaltri avvoltoi e dei sublimi macchinatori, in realtà sono vittime di loro stessi.

Infatti il loro agire è dettato da un vuoto che questi personaggi sentono all’interno della loro esistenza, che li porta ad assumere il ruolo di riempitivi nelle vite degli altri, pur in maniera estremamente grottesca e profondamente disperata, soprattutto per Monte Rosa.

L’infermiera è infatti il personaggio più tragico, che soffre un effettivo vuoto nella sua vita che non riesce a colmare: la scomparsa della madre, una sorta di convitato di pietra a cui non si riesce a sostituire, nonostante fino alla fine ci provi in ogni maniera…

Invidia

Ariane Labed in una scena di Alps (2011) di Yorgos Lanthimos

I protagonisti sono meschini.

Non è scontato porre al centro della scena dei personaggi che non sembrano meritare o ricercare alcun tipo di redenzione, ma che anzi rimangono saldamente ancorati alla loro meschinità, pure peggiorano progressivamente, arrivando a tradire i loro stessi compagni di gioco.

Insomma, più che un gruppo quello di Alps è una gara senza esclusione di colpi, il cui unico obbiettivo è ottenere il soddisfacimento personale, anche se il suo ottenimento deriva dalla stessa persona che all’inizio del film ci minacciava di farsi a pezzi…

…e che probabilmente l’avrebbe fatto.

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Avventura Dramma familiare Drammatico Film Grottesco Il periodo greco Yorgos Lanthimos

Dogtooth – La prigionia intellettiva

Dogtooth (2009) è una delle prime opere di Yorgos Lanthimos, quando ancora produceva unicamente film in madrepatria.

A fronte di un budget veramente ridicolo – 250 mila dollari – fu nel complesso un grande successo commerciale, forte anche di diversi premi in festival internazionali: 1,4 milioni di dollari.

Di cosa parla Dogtooth?

Tre fratelli già piuttosto adulti sono tenuti in isolamento dal resto del mondo per volontà del padre, vivendo solamente nel loro piccolo mondo casalingo…

Vi lascio il trailer per farvi un’idea:

Vale la pena di vedere Dogtooth?

Angeliki Papoulia, Mary Tson e Hristos Passalis in una scena di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos

Assolutamente sì.

Nonostante sia un film a tratti veramente disturbante, piuttosto grottesco e profondamente violento, per quanto mi riguarda Dogtooth è una visione veramente rilassante: uno slice of life piuttosto anomalo, che calibra molto bene i suoi toni e i suoi contrasti.

Si passa così da piccole, assurde quotidianità di questa strana famiglia, per poi esplodere improvvisamente in picchi di brutalità, che però sono talmente ben integrati nel tessuto narrativo da non risultare mai fuori luogo.

Insomma, da riscoprire.

Linguaggio

Angeliki Papoulia in una scena di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos

La vera prigionia dei protagonisti di Dogtooth è intellettuale.

E parte dal linguaggio.

La prima scena infatti ci mostra come il terzetto sia sottomesso ad una sorta di tradizione orale del padre, programmaticamente manipolata per rendere il più alienante possibile la condizione dei figli, impossibilitati a comunicare anche nelle forme più basilari.

Mary Tson in una scena di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos

Così la mancanza di stimoli intellettivi li limita anche nei loro interessi e nelle loro passioni, del tutto confinati all’ambito dei giochi infantili giusto per passare il tempo, ai futili baratti di oggetti senza valore e alle più brutali competizioni, che spesso sfociano anche nella violenza.

Ed infatti proprio la violenza è il cardine del sistema educativo.

Educazione

Angeliki Papoulia, Mary Tson e Hristos Passalis in una scena di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos

L’educazione del padre è violenta e fortemente competitiva.

L’uomo incastra i suoi figli in un rigido sistema di premi e punizioni di sua stessa invenzione, in cui sono spinti a scontrarsi l’uno contro l’altro per decidere chi è il migliore dei tre, chi ha collezionato più sticker, chi che ha conquistato più aeroplani…

Ed è genuinamente grottesco quanto questi bambinoni siano interessati a premi che nel mondo reale definirebbero semplicemente il loro tempo libero, e che si riducono spesso ad attività rispettive eppure estremamente eccitanti, come la visione di un video che sanno ormai a memoria.

Angeliki Papoulia in una scena di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos

Ma le punizioni sono anche peggiori.

I tre fratelli conoscono solamente il linguaggio della violenza, così si rapportano fra di loro e così subiscono le conseguenze delle loro azioni, che sia essere schiaffeggiati e rinchiusi in camera, o addirittura essere selvaggiamente picchiati con una videocassetta.

Ma l’educazione passa anche per il sesso.

Sesso

Angeliki Papoulia, Mary Tson in una scena di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos

La presunta educazione sessuale è prerogativa unica del figlio maschio

Ed è anche l’unico effettivo rischio che il patriarca si concede, lasciandolo alle cure di una donna estranea che porta il primo elemento caotico e fuori controllo nella famiglia, e che si ingigantisce sempre di più nel corso della pellicola.

Angeliki Papoulia e Anna Kalaitzidou in una scena di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos

Nonostante infatti il sesso sia un’esclusiva del fratello, in realtà è la sorella maggiore quella che lo esplora principalmente, scoprendosi sempre più interessata al dare che al ricevere, anche senza avere niente in cambio.

E infine diventa per forza di cose un tutto in famiglia, con la figlia maggiore costretta a prendere le parti di Christina, anche se le stesse infine passeranno quasi naturalmente alla figlia minore, che si ricongiunge sessualmente col fratello nel finale del film.

Ideale

Il padre ha creato un mondo ideale?

Avendo solo una visione rigida e unilaterale della società in cui vive, l’uomo non ha cresciuto i figli perché fossero migliori di lui, del tutto vergini dalle brutture del mondo esterno, ma piuttosto plasmandoli a propria immagine e somiglianza.

I fratelli sono infatti degli individui vuoti, del tutto incapaci di rapportarsi fra di loro e con l’ambiente, se non tramite un utilizzo sconsiderato della violenza, vivendo nel sogno di una maturazione impossibile legata alla caduta del dogtooth, il canino.

Angeliki Papoulia in una scena di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos

E proprio questa limitatezza di pensiero si vede nel finale.

La sorella maggiore non fa altro che rispettare i rigidi dettami del padre per rendersi pronta per il mondo esterno, forzando quel passaggio con quella stessa violenza con cui è stata cresciuta, per poi andarsi a nascondere nell’unico mezzo permesso per uscire dalle mura domestiche.

E così il film si chiude con una ripresa muta sulla macchina, che porterebbe a chiedersi se effettivamente la donna si è liberata, ma che ci lascia invece con l’amara consapevolezza che in ogni caso il suo personaggio sarà incapace di sfuggire veramente alla pesante eredità che il padre le ha messo sulle spalle…